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Mediazione familiare: "Sapendo di non sapere"

Di fronte a una diatriba apparentemente irrisolvibile, due commercianti si recano dal loro rabbino, un uomo tanto sapiente quanto saggio. Il rabbino riceve il primo commerciante che, con dovizia di particolari, racconta la sua versione dei fatti. Dopo averlo ascoltato con attenzione, il rabbino sentenzia: "Certo, tu hai ragione". Ciononostante, il secondo commerciante insiste per essere a sua volta ascoltato. Anch'egli racconta la sua versione dei fatti e, dopo averlo ascoltato, il rabbino gli dice: "Certo, tu hai ragione". Congedati i commercianti, la moglie del rabbino, che aveva ascoltato tutto, gli dice: "Ma scusa, non è possibile che abbiano ragione entrambi". Il rabbino la osserva e conclude: "Certo, hai ragione anche tu".

Questa storia restituisce, a nostro avviso più di tanti e copiosi manuali, la postura mentale che dovrebbe sorreggere l'agire di ogni mediatore. Ne emerge, infatti, con forza, il suo carattere fondante, che non è quello di cercare la verità o di distinguere la ragione dal torto, ma di estraniarsi, lui per primo, dall'insensato affannarsi di questa ricerca, segnando per davvero una profonda frattura con qualsivoglia sistema dal sentore giuridico.

È, infatti, solo...

Continua a leggere su "Il Sole 24 Ore", Diritto 24, l'Osservatorio sulla Mediazione Familiare di Massimo  Silvano Galli e Teresa Laviola: http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/dirittoCivile/famiglia/2015-05-11/mediazione-famigliare-sapendo-non-sapere-101557.php
Di fronte a una diatriba apparentemente irrisolvibile, due commercianti si recano dal loro rabbino, un uomo tanto sapiente quanto saggio. Il rabbino riceve il primo commerciante che, con dovizia di particolari, racconta la sua versione dei fatti. Dopo averlo ascoltato con attenzione, il rabbino sentenzia: "Certo, tu hai ragione". Ciononostante, il secondo commerciante insiste per essere a sua volta ascoltato. Anch'egli racconta la sua versione dei fatti e, dopo averlo ascoltato, il rabbino gli dice: "Certo, tu hai ragione". Congedati i commercianti, la moglie del rabbino, che aveva ascoltato tutto, gli dice: "Ma scusa, non è possibile che abbiano ragione entrambi". Il rabbino la osserva e conclude: "Certo, hai ragione anche tu".

Questa storia restituisce, a nostro avviso più di tanti e copiosi manuali, la postura mentale che dovrebbe sorreggere l'agire di ogni mediatore. Ne emerge, infatti, con forza, il suo carattere fondante, che non è quello di cercare la verità o di distinguere la ragione dal torto, ma di estraniarsi, lui per primo, dall'insensato affannarsi di questa ricerca, segnando per davvero una profonda frattura con qualsivoglia sistema dal sentore giuridico.

È, infatti, solo...

Continua a leggere su "Il Sole 24 Ore", Diritto 24, l'Osservatorio sulla Mediazione Familiare di Massimo  Silvano Galli e Teresa Laviola: http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/dirittoCivile/famiglia/2015-05-11/mediazione-famigliare-sapendo-non-sapere-101557.php

Abdicare all'amore

Essere genitore è un evento naturale che si configura nel momento in cui, ovviamente, si concepisce un figlio; fare il genitore è, invece, tutt'altra cosa, e non è raro che, in una situazione di separazione, si presentino condizioni nelle quali uno o entrambi i genitori tendano ad abdicare al loro ruolo.

E' proprio in questi casi che la figura "super partes" del mediatore prende una parte precisa: quella del minore, di cui cerca di farsi carico personalmente per tutelarlo.

Questo è il caso di specie che, insieme all'avvocato Teresa Laviola, abbiamo provato a restituire proseguendo il nostro Osservatorio su "Il Sole 24 Ore".

Vogliamo così aprire, con maggiore forza di quanto forse non si sia fatto sinora, un tema assolutamente intrinseco all'amore di coppia: quello dell'amore per i figli, un amore spesso -ahinoi- alla mercé degli sbalzi d'umore, delle crisi e dei movimenti tellurici dell'amore di coppia da cui è stato generato.

Diritto 24 - Il sole 24 Ore: Osservatorio sulla Mediazione Familiare.
Continua a leggere qui...
Essere genitore è un evento naturale che si configura nel momento in cui, ovviamente, si concepisce un figlio; fare il genitore è, invece, tutt'altra cosa, e non è raro che, in una situazione di separazione, si presentino condizioni nelle quali uno o entrambi i genitori tendano ad abdicare al loro ruolo.

E' proprio in questi casi che la figura "super partes" del mediatore prende una parte precisa: quella del minore, di cui cerca di farsi carico personalmente per tutelarlo.

Questo è il caso di specie che, insieme all'avvocato Teresa Laviola, abbiamo provato a restituire proseguendo il nostro Osservatorio su "Il Sole 24 Ore".

Vogliamo così aprire, con maggiore forza di quanto forse non si sia fatto sinora, un tema assolutamente intrinseco all'amore di coppia: quello dell'amore per i figli, un amore spesso -ahinoi- alla mercé degli sbalzi d'umore, delle crisi e dei movimenti tellurici dell'amore di coppia da cui è stato generato.

Diritto 24 - Il sole 24 Ore: Osservatorio sulla Mediazione Familiare.
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Deporre le armi per vincere

Con questo articolo inauguriamo una nuova "rubrica nella rubrica". Con la collega psicologa Stella Morana siamo, infatti, stati invitati a diffondere il "verbo della mediazione" in quel del territorio siciliano, attraverso il magazine "30 Giorni News".  Circa uyna volta al mese pubblicheremo quindi, anche su questo blog, i nostri articoli, ancora una volta cercando di circumnavigare il territorio dell'Amore alla fine dell'Amore.

121. È il numero delle donne ammazzate solo lo scorso anno da qualcuno che diceva di amarle. Omicidi che superano di gran lunga quelli della criminalità organizzata. Se a questi aggiungiamo il fenomeno contraltare delle donne che utilizzano false denunce di abusi e maltrattamenti (8 su 10 secondo le statistiche si rivelano infondati) per ottenere vantaggi dalla separazione, ci possiamo facilmente rendere conto che i rapporti di coppia rischiano di somigliare più a una guerra che a quell'idillio da "baci perugina" con cui il marketing incita al consumo.

A queste notizie di amori maledetti, quasi mai giornali e televisioni aggiungono, con altrettanta solerzia, i possibili rimedi affinché questa distorta cultura possa essere curata, anzitutto palesando le ricadute che la scelta della separazione ha sui partner e sugli eventuali figli della coppia. Non tanto per fare del gratuito pietismo o sollevazioni antidivorziste (per carità!), bensì per allertare i tanti uomini e donne in procinto di disgiungere il legame coniugale (sia esso celebrato che di fatto), dei pericoli di questa operazione, laddove non la si affronti con attenzione e consapevolezza. Ecco, forse la mediazione familiare, questa disciplina ancora misconosciuta che in questa rubrica ci proponiamo di condividere e divulgare, può essere così brevemente tradotta: un percorso per evitare i pericoli che sempre si annidano in ogni separazione.

Non occorre essere scienziati per comprendere la delicatezza di una cotale esperienza, ma se non bastasse il buon senso, sono ormai centinaia le ricerche scientifiche che dimostrano, da vari punti di osservazione, quanto la separazione coniugale rappresenti per tutta la famiglia un momento di grande destabilizzazione, in cui ogni precedente equilibrio tende a rompersi (e, spesso, si rompe) e ci si ritrova spogli degli abituali punti di riferimento, con l’urgenza di fronteggiare al meglio gli inevitabili cambiamenti. Rabbia, sofferenza, frustrazione, disistima, senso di smarrimento, sono solo alcuni dei sentimenti che i partner devono gestire quando si rendono conto che la loro storia d’amore sta chiudendo i battenti e la scritta "The End" si affaccia sulla scena. È il momento in cui l'amore finito rischia di lasciare il posto a un rancore profondo per l’Altro che, da amato, diventa il solo responsabile di tutte le mie iatture, il nemico contro il quale intraprendere una guerra per "fargliela pagare cara". Quanti avranno sentito dire o, loro malgrado, hanno vissuto, una situazione come questa: una sorta di cappio che intrappola coloro che un tempo si erano amati e scatena una rabbia a volte così soffocante da ostacolarli nel compito più importante che li attende: tornare ad amare e a vivere serenamente, sopratutto laddove da questo amore che fu è nato un figlio, sua testimonianza perenne, che non per questo deve essere svilito o usato come arma per infierire sull'Altro.

La mediazione familiare, con i suoi lunghi anni di ricerche e esperienze, ci dice che tutto questo si può evitare e che proprio loro, i coniugi, sono la risorsa vincente capace di trasformare una battaglia distruttiva in un'occasione evolutiva, anzitutto deponendo le armi per vincere questa strana guerra che -appunto- trova il successo laddove si dispone a non cercare di sconfiggere l'Altro, risolvendo, così, nel migliore dei modi la disputa. Ma bisogna stare vicino a questi uomini e queste donne, affinché non affrontino da soli questa importunate svolta della loro vita, correndo il rischio di logorarsi nel luogo comune del "si slavi chi può".

È dunque in questa cornice che si inserisce il lavoro del mediatore familiare, un professionista che aiuta la coppia a salvarsi reciprocamente, a “venirsi incontro dialogando”, trovando da sé un modo efficace per riorganizzare al meglio le relazioni familiari, garantendo il proprio benessere e, soprattutto, quello degli eventuali figli coinvolti. Perché, certo si può smettere di essere marito e moglie, ma non si può (non si dovrebbe) smettere di essere padre e madre dei propri figli.

In questa rubrica cercheremo, puntata dopo puntata, di raccontarvi cos'è questa mediazione, chi è e cosa fa il mediatore e perché la sua funzione può essere oggi tanto importante.

Con questo articolo inauguriamo una nuova "rubrica nella rubrica". Con la collega psicologa Stella Morana siamo, infatti, stati invitati a diffondere il "verbo della mediazione" in quel del territorio siciliano, attraverso il magazine "30 Giorni News".  Circa uyna volta al mese pubblicheremo quindi, anche su questo blog, i nostri articoli, ancora una volta cercando di circumnavigare il territorio dell'Amore alla fine dell'Amore.

121. È il numero delle donne ammazzate solo lo scorso anno da qualcuno che diceva di amarle. Omicidi che superano di gran lunga quelli della criminalità organizzata. Se a questi aggiungiamo il fenomeno contraltare delle donne che utilizzano false denunce di abusi e maltrattamenti (8 su 10 secondo le statistiche si rivelano infondati) per ottenere vantaggi dalla separazione, ci possiamo facilmente rendere conto che i rapporti di coppia rischiano di somigliare più a una guerra che a quell'idillio da "baci perugina" con cui il marketing incita al consumo.

A queste notizie di amori maledetti, quasi mai giornali e televisioni aggiungono, con altrettanta solerzia, i possibili rimedi affinché questa distorta cultura possa essere curata, anzitutto palesando le ricadute che la scelta della separazione ha sui partner e sugli eventuali figli della coppia. Non tanto per fare del gratuito pietismo o sollevazioni antidivorziste (per carità!), bensì per allertare i tanti uomini e donne in procinto di disgiungere il legame coniugale (sia esso celebrato che di fatto), dei pericoli di questa operazione, laddove non la si affronti con attenzione e consapevolezza. Ecco, forse la mediazione familiare, questa disciplina ancora misconosciuta che in questa rubrica ci proponiamo di condividere e divulgare, può essere così brevemente tradotta: un percorso per evitare i pericoli che sempre si annidano in ogni separazione.

Non occorre essere scienziati per comprendere la delicatezza di una cotale esperienza, ma se non bastasse il buon senso, sono ormai centinaia le ricerche scientifiche che dimostrano, da vari punti di osservazione, quanto la separazione coniugale rappresenti per tutta la famiglia un momento di grande destabilizzazione, in cui ogni precedente equilibrio tende a rompersi (e, spesso, si rompe) e ci si ritrova spogli degli abituali punti di riferimento, con l’urgenza di fronteggiare al meglio gli inevitabili cambiamenti. Rabbia, sofferenza, frustrazione, disistima, senso di smarrimento, sono solo alcuni dei sentimenti che i partner devono gestire quando si rendono conto che la loro storia d’amore sta chiudendo i battenti e la scritta "The End" si affaccia sulla scena. È il momento in cui l'amore finito rischia di lasciare il posto a un rancore profondo per l’Altro che, da amato, diventa il solo responsabile di tutte le mie iatture, il nemico contro il quale intraprendere una guerra per "fargliela pagare cara". Quanti avranno sentito dire o, loro malgrado, hanno vissuto, una situazione come questa: una sorta di cappio che intrappola coloro che un tempo si erano amati e scatena una rabbia a volte così soffocante da ostacolarli nel compito più importante che li attende: tornare ad amare e a vivere serenamente, sopratutto laddove da questo amore che fu è nato un figlio, sua testimonianza perenne, che non per questo deve essere svilito o usato come arma per infierire sull'Altro.

La mediazione familiare, con i suoi lunghi anni di ricerche e esperienze, ci dice che tutto questo si può evitare e che proprio loro, i coniugi, sono la risorsa vincente capace di trasformare una battaglia distruttiva in un'occasione evolutiva, anzitutto deponendo le armi per vincere questa strana guerra che -appunto- trova il successo laddove si dispone a non cercare di sconfiggere l'Altro, risolvendo, così, nel migliore dei modi la disputa. Ma bisogna stare vicino a questi uomini e queste donne, affinché non affrontino da soli questa importunate svolta della loro vita, correndo il rischio di logorarsi nel luogo comune del "si slavi chi può".

È dunque in questa cornice che si inserisce il lavoro del mediatore familiare, un professionista che aiuta la coppia a salvarsi reciprocamente, a “venirsi incontro dialogando”, trovando da sé un modo efficace per riorganizzare al meglio le relazioni familiari, garantendo il proprio benessere e, soprattutto, quello degli eventuali figli coinvolti. Perché, certo si può smettere di essere marito e moglie, ma non si può (non si dovrebbe) smettere di essere padre e madre dei propri figli.

In questa rubrica cercheremo, puntata dopo puntata, di raccontarvi cos'è questa mediazione, chi è e cosa fa il mediatore e perché la sua funzione può essere oggi tanto importante.

Diritto di Relazione

Nel solco della mediazione, anche familiare, da qualche anno, con l'amico, avvocato Teresa Laviola, abbiamo intrapreso un'intensa ricerca/intervento attorno a quello che abbiamo battezzato: "Diritto di Relazione".

Si tratta di una concetto che riprende le forme della cosiddetta giustizia alternativa o, per gli amanti anglofoni: "Integrative Law"; appunto un'integrazione delle pratiche e dei metodi del sistema giuridico tradizionale con approcci che guardano agli aspetti umanistici e relazionali, che mai sono esclusi da qualsivoglia disputa.

Oltre alla mediazione, vi sono, ad esempio, pratiche come quella della Giustizia riparativa (Restorative justice), del Diritto collaborativo (Collaborative law), del Diritto preventivo (Preventive law), etc.

Si tratta, di fatto, di un vero e proprio rivolgimento dell'approccio legale classico, apparentemente centrato sulle differenze e sulle divisioni tra le parti in conflitto, verso un approccio che, invece, focalizza il suo operato sulla relazione tra le persone coinvolte e sulla loro capacità di affrontare costruttivamente il conflitto per giungere ad una risoluzione positiva per entrambi.

Il concetto di fondo in cui si traduce in particolare il "Diritto di Relazione", riguarda la capacità e la responsabilità di aprirsi alla legge-sapere dell’Altro per offrire la propria legge-sapere, abbandonandosi a questo rapporto dialogico che è l'unica via di accesso al superamento dell’esperienza dell’ingiustizia, superamento che solo si dà a partire dalla consapevolezza che nessuno ha la piena ed esclusiva disponibilità della «Legge» ma che questa va continuamente ricercata e ridefinita con l’Altro, confrontandosi apertamente in quello spazio tutto da riempire che non sono «Io» e non sei «Tu» e che, comprendendoci al contempo, ci unisce e ci separa: lo iato di quella che chiamiamo «mediazione» in cui, appunto, ogni azione è tesa alla definizione e alla costruzione del media capace di tradurre le nostre soggettive posizioni in un accordo di giustizia.

Conflitti e controversie sono, infatti, elementi costitutivi delle relazioni umane, spinte feconde al cambiamento costruttivo, ma rischiano di abbracciare il loro esatto contrario se non efficacemente accompagnati o, come accade sempre più frequentemente nei sistemi di giustizia contemporanea: quando gli strumenti di tutela del diritto finiscono per impedire la relazione tra le parti coinvolte, relazione disciplinata da terzi, ognuno a difendere il proprio cliente o pervaso da credenze di neutralità.

Il "Diritto di Relazione" auspica, invece, una diversa gestione della giustizia in cui l’esperienza dell’ingiustizia possa essere curata andando oltre ogni indennità e sanzione precostituita: ripristinando le relazioni tra gli individui nelle loro irriducibili singolarità; focalizzandosi sul futuro,  identificando i rischi e le condizioni per prevenire il conflitto, considerando non solo i diritti e il benessere delle parti coinvolte ma di quel sistema più complesso cui loro partecipano, come  ad esempio i figli.

In questa direzione, da diversi anni promuoviamo uno specifico corso di formazione per avvocati, giudici, magistrati, professionisti del diritto. Sei incontri per apprendere efficaci tecniche di comunicazione, gestione del conflitti e delle relazioni.

Il nuovo corso partirà sabato 13 settembre 2014, nella sede di Milano, col titolo: "Diritto di Relazione - l'avvocato tecnico della gestione del conflitto".

Organizzato da Oficina - Making Reality, in collaborazione con l’Associazione Ohana, con il patrocinio dell’Associazione AIMEF, sha ottenuto il riconoscimento di 12 crediti formativi da parte dell’Ordine degli Avvocati di Milano.

Nel solco della mediazione, anche familiare, da qualche anno, con l'amico, avvocato Teresa Laviola, abbiamo intrapreso un'intensa ricerca/intervento attorno a quello che abbiamo battezzato: "Diritto di Relazione".

Si tratta di una concetto che riprende le forme della cosiddetta giustizia alternativa o, per gli amanti anglofoni: "Integrative Law"; appunto un'integrazione delle pratiche e dei metodi del sistema giuridico tradizionale con approcci che guardano agli aspetti umanistici e relazionali, che mai sono esclusi da qualsivoglia disputa.

Oltre alla mediazione, vi sono, ad esempio, pratiche come quella della Giustizia riparativa (Restorative justice), del Diritto collaborativo (Collaborative law), del Diritto preventivo (Preventive law), etc.

Si tratta, di fatto, di un vero e proprio rivolgimento dell'approccio legale classico, apparentemente centrato sulle differenze e sulle divisioni tra le parti in conflitto, verso un approccio che, invece, focalizza il suo operato sulla relazione tra le persone coinvolte e sulla loro capacità di affrontare costruttivamente il conflitto per giungere ad una risoluzione positiva per entrambi.

Il concetto di fondo in cui si traduce in particolare il "Diritto di Relazione", riguarda la capacità e la responsabilità di aprirsi alla legge-sapere dell’Altro per offrire la propria legge-sapere, abbandonandosi a questo rapporto dialogico che è l'unica via di accesso al superamento dell’esperienza dell’ingiustizia, superamento che solo si dà a partire dalla consapevolezza che nessuno ha la piena ed esclusiva disponibilità della «Legge» ma che questa va continuamente ricercata e ridefinita con l’Altro, confrontandosi apertamente in quello spazio tutto da riempire che non sono «Io» e non sei «Tu» e che, comprendendoci al contempo, ci unisce e ci separa: lo iato di quella che chiamiamo «mediazione» in cui, appunto, ogni azione è tesa alla definizione e alla costruzione del media capace di tradurre le nostre soggettive posizioni in un accordo di giustizia.

Conflitti e controversie sono, infatti, elementi costitutivi delle relazioni umane, spinte feconde al cambiamento costruttivo, ma rischiano di abbracciare il loro esatto contrario se non efficacemente accompagnati o, come accade sempre più frequentemente nei sistemi di giustizia contemporanea: quando gli strumenti di tutela del diritto finiscono per impedire la relazione tra le parti coinvolte, relazione disciplinata da terzi, ognuno a difendere il proprio cliente o pervaso da credenze di neutralità.

Il "Diritto di Relazione" auspica, invece, una diversa gestione della giustizia in cui l’esperienza dell’ingiustizia possa essere curata andando oltre ogni indennità e sanzione precostituita: ripristinando le relazioni tra gli individui nelle loro irriducibili singolarità; focalizzandosi sul futuro,  identificando i rischi e le condizioni per prevenire il conflitto, considerando non solo i diritti e il benessere delle parti coinvolte ma di quel sistema più complesso cui loro partecipano, come  ad esempio i figli.

In questa direzione, da diversi anni promuoviamo uno specifico corso di formazione per avvocati, giudici, magistrati, professionisti del diritto. Sei incontri per apprendere efficaci tecniche di comunicazione, gestione del conflitti e delle relazioni.

Il nuovo corso partirà sabato 13 settembre 2014, nella sede di Milano, col titolo: "Diritto di Relazione - l'avvocato tecnico della gestione del conflitto".

Organizzato da Oficina - Making Reality, in collaborazione con l’Associazione Ohana, con il patrocinio dell’Associazione AIMEF, sha ottenuto il riconoscimento di 12 crediti formativi da parte dell’Ordine degli Avvocati di Milano.

Ritessere emozioni costruttive

"[...] L'impostazione originaria della mediazione familiare vorrebbe il mediatore strettamente vincolato ad accompagnare la coppia in crisi negli articolati passaggi della separazione o del divorzio, nutrito dell'illusione che la condizione delle parti che giungono nel suo studio sia scevra da qualsivoglia perplessità rispetto alla necessità di terminare definitivamente la loro relazione.

La crisi che la coppia porta nel setting della mediazione è, invece, sempre carica di molteplici istanze, quasi mai esplicite e non esclusivamente circoscrivibili entro l'obiettivo della separazione.

La volontà di separarsi, persino laddove..."

Diritto 24 - Il sole 24 Ore: Osservatorio sulla Mediazione Familiare. 
Continua a leggere qui il nuovo articolo di Massimo Silvano Galli e Teresa Laviola

(permalink):
http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/dirittoCivile/famiglia/2014-05-12/ritessere-emozioni-costruttive-mediazione-165631.php
"[...] L'impostazione originaria della mediazione familiare vorrebbe il mediatore strettamente vincolato ad accompagnare la coppia in crisi negli articolati passaggi della separazione o del divorzio, nutrito dell'illusione che la condizione delle parti che giungono nel suo studio sia scevra da qualsivoglia perplessità rispetto alla necessità di terminare definitivamente la loro relazione.

La crisi che la coppia porta nel setting della mediazione è, invece, sempre carica di molteplici istanze, quasi mai esplicite e non esclusivamente circoscrivibili entro l'obiettivo della separazione.

La volontà di separarsi, persino laddove..."

Diritto 24 - Il sole 24 Ore: Osservatorio sulla Mediazione Familiare. 
Continua a leggere qui il nuovo articolo di Massimo Silvano Galli e Teresa Laviola

(permalink):
http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/dirittoCivile/famiglia/2014-05-12/ritessere-emozioni-costruttive-mediazione-165631.php

Mediare: "non luogo" a procedere

Nel nostro ultimo post "Alla fine senza fine dell'amore", ormai datato luglio 2103, riprendevamo le fila del tappeto che per circa un anno abbiamo tessuto, ricamando riflessioni attorno all'infinito tema dell'amore, per poi capitolare nuovamente da dove eravamo partiti ("Perché questo blog"): la mediazione, professione chiamata a disciplinare l'amore quando questo entra in crisi, attraverso un approccio inusitato, che non è quello della terapia di coppia e non è nemmeno quello strettamente giuridico con cui -a volte- si risolvono, attraverso una separazione, le crisi dell'amore.

La mediazione è un discorso a se stante che (dopo aver circumnavigato, seppur limitatamente, il grande arcipelago dell'amore, con i suoi possibili ostacoli e le sue solutive vie di fuga) torniamo ora a raccontare, insieme a un compagno d'eccezione: la collega e amica Teresa Laviola (con cui tanti progetti stiamo concretando -non per ultimo quel "Diritto di Relazione" che, in qualche modo, supera il concetto di mediazione stessa, allargandolo alle pratiche di gestione del diritto tutto) e dalle pagine di una prestigiosa testata: Diritto 24, il portale del diritto de Il Sole 24 Ore.

Da qui, dunque, ricominciano con un primo articolo: "Mediazione: non luogo a procedere", in cui poniamo le basi di questa nuova avventura che, più o meno ogni settimana, ci scompagnerà ad entrare negli anfratti della mediazione.

Nel nostro ultimo post "Alla fine senza fine dell'amore", ormai datato luglio 2103, riprendevamo le fila del tappeto che per circa un anno abbiamo tessuto, ricamando riflessioni attorno all'infinito tema dell'amore, per poi capitolare nuovamente da dove eravamo partiti ("Perché questo blog"): la mediazione, professione chiamata a disciplinare l'amore quando questo entra in crisi, attraverso un approccio inusitato, che non è quello della terapia di coppia e non è nemmeno quello strettamente giuridico con cui -a volte- si risolvono, attraverso una separazione, le crisi dell'amore.

La mediazione è un discorso a se stante che (dopo aver circumnavigato, seppur limitatamente, il grande arcipelago dell'amore, con i suoi possibili ostacoli e le sue solutive vie di fuga) torniamo ora a raccontare, insieme a un compagno d'eccezione: la collega e amica Teresa Laviola (con cui tanti progetti stiamo concretando -non per ultimo quel "Diritto di Relazione" che, in qualche modo, supera il concetto di mediazione stessa, allargandolo alle pratiche di gestione del diritto tutto) e dalle pagine di una prestigiosa testata: Diritto 24, il portale del diritto de Il Sole 24 Ore.

Da qui, dunque, ricominciano con un primo articolo: "Mediazione: non luogo a procedere", in cui poniamo le basi di questa nuova avventura che, più o meno ogni settimana, ci scompagnerà ad entrare negli anfratti della mediazione.

Alla fine senza fine dell'amore

Oltre un anno or sono iniziavano questo blog stimolati dalla volontà di dare spazio a un possibile "discorso sull'amore" entro quella inusitata arena (paradossalmente inusitata) che è la mediazione familiare, arena in cui denunciavamo la pressoché totale assenza (appunto paradossale) di questo discorso, in un luogo in cui l'amore dovrebbe, invece, farla da padrone, proprio perché luogo deputato a cercare di risolvere: i conflitti, le paure, i rancori, le fatiche di un sentimento che si è perduto e che solo nella scoperta di un nuovo amore si può ritrovare...

Un "amore diverso", lo chiamammo allora, ossia un amore non necessariamente coniugale, ma in grado di risorgere dalle sue ceneri per ristabilire una relazione che (di nuovo insieme o separati) possa lanciare entrambi i partner in una nuova vita in cui regni il benessere -a maggior ragione se l'amore pregresso ha generato un figlio trasformando ogni incontro in un legame perenne che si fa carne in quella creatura terza.

Abbiamo così cercato di sviscerare alcune riflessioni intorno a questo infinito discorso (tanto infinito da riempire la quasi totalità del riflettere umano), provando a fare emergere quelle situazioni che determinano oggi una fragilità dell'amore come mai si era vista prima; fragilità su cui, a nostro avviso, è fondamentale intervenire con opportuni dispositivi: di prevenzione della crisi (mediazione pre-coniugale), di risoluzione della crisi (mediazione coniugale) e di riduzione dei possibili danni della crisi (mediazione familiare).

Ora, dopo oltre un anno di questo girovagare tra i pianeti dell'amore, questo blog chiude i battenti (non perché non ci sia altro da dire sull'amore, anzi, ma perché come tutte le belle storie d'amore anche questa deve finire con un "vissero felici e contenti" che annunci il principio di un nuovo inizio -di cui daremo informazioni nel prossimo post) tornando all'origine del suo elucubrare: la mediazione -appunto- quale possibile strumento per affrontare e risolvere le crisi d'amore sia in veste preventiva, che ricostruttiva o separativa.

Così, alla fine di questo blog, come alla fine senza fine di tutti i possibili discorsi sull'amore, crediamo sia opportuno ridimensionare il peso di ogni affermazione, di ogni presunta teoria, di ogni roboante assolutismo (che anche in questo blog non sono mancati) per fare risaltare la sola verità possibile: quella di ogni amore nella sua unicità, quell'amore comunque irripetibile, determinato da quella coppia (quella e solo quella) che nel qui e ora di ogni osservazione diventa "La Coppia": non riducibile a nessun'altra.

Di fronte alla coppia vera e in carne e ossa, tutti i cliché sull'amore, tutte le riflessioni, tutte le possibili elucubrazioni, tutte le teorie, comprese quelle qui stilate, devono, in qualche modo, essere messe da parte, presenti ma al contempo dimenticate.

Ed è proprio questa la specificità della mediazione: entrare nel contesto della coppia rifiutando il rigore dell’oggettivazione, mettendosi in gioco, per così dire, “senza memoria”, agendo, cioè, sempre al presente vivo della scena in atto, così da abbracciare, per davvero, le soggettività che sono coinvolte insieme alle parziali verità che le spingono ad agire e ai saperi profondi che le muovono e dai quali è indispensabile partire affinché, ogni possibile soluzione, sia la loro soluzione e non un qualsiasi medicamento standardizzato valido per tutti e per nessuno.

Il mediatore, senza scienza e senza sapere, si esenta, così, non solo dal fornire qualsiasi diagnosi tesa a evidenziare disturbi, patologie e persino tassonomie che svierebbero il suo mandato, ma anche dal proporre qualsiasi interpretazione, valutazione o consiglio, per quanto sollecitato dal desiderio (sempre vivo nella coppia) di evitare la fatica del cambiamento abbracciando le soluzioni (solo apparentemente solutive) dell'esperto di turno; poiché il mandato del mediatore non è, per l’appunto, interpretativo ma dispiegativo di ogni materialità che contestualizza e dà senso all'oggetto in esame permettendo di cogliere la pienezza dell’esperienza che produce e di interrogarsi sulla possibile tras-formazione delle parti, ossia sulle potenzialità latenti o manifeste attraverso le quali affrontare, a partire dal contesto, la crisi e, da lì, ogni eventuale cambiamento.

Lo spazio della mediazione così orientato, si presta allora a divenire davvero, e fuor d’ogni retorica, il luogo dove l’io impara a cercare nel tu le ragioni di un proprio se stesso che si trovano nell'incondizionata consegna di sé a quella alterità che incrina la nostra identità, non per evadere dalla nostra solitudine, né per fondersi con l'identità dell'Altro, ma per aprirla a ciò che noi ancora non siamo; quel non-siamo con cui è salvifico giocare per scoprire in ogni gesto il miracolo della stupefazione.

Buona stupefazione a tutti...


Oltre un anno or sono iniziavano questo blog stimolati dalla volontà di dare spazio a un possibile "discorso sull'amore" entro quella inusitata arena (paradossalmente inusitata) che è la mediazione familiare, arena in cui denunciavamo la pressoché totale assenza (appunto paradossale) di questo discorso, in un luogo in cui l'amore dovrebbe, invece, farla da padrone, proprio perché luogo deputato a cercare di risolvere: i conflitti, le paure, i rancori, le fatiche di un sentimento che si è perduto e che solo nella scoperta di un nuovo amore si può ritrovare...

Un "amore diverso", lo chiamammo allora, ossia un amore non necessariamente coniugale, ma in grado di risorgere dalle sue ceneri per ristabilire una relazione che (di nuovo insieme o separati) possa lanciare entrambi i partner in una nuova vita in cui regni il benessere -a maggior ragione se l'amore pregresso ha generato un figlio trasformando ogni incontro in un legame perenne che si fa carne in quella creatura terza.

Abbiamo così cercato di sviscerare alcune riflessioni intorno a questo infinito discorso (tanto infinito da riempire la quasi totalità del riflettere umano), provando a fare emergere quelle situazioni che determinano oggi una fragilità dell'amore come mai si era vista prima; fragilità su cui, a nostro avviso, è fondamentale intervenire con opportuni dispositivi: di prevenzione della crisi (mediazione pre-coniugale), di risoluzione della crisi (mediazione coniugale) e di riduzione dei possibili danni della crisi (mediazione familiare).

Ora, dopo oltre un anno di questo girovagare tra i pianeti dell'amore, questo blog chiude i battenti (non perché non ci sia altro da dire sull'amore, anzi, ma perché come tutte le belle storie d'amore anche questa deve finire con un "vissero felici e contenti" che annunci il principio di un nuovo inizio -di cui daremo informazioni nel prossimo post) tornando all'origine del suo elucubrare: la mediazione -appunto- quale possibile strumento per affrontare e risolvere le crisi d'amore sia in veste preventiva, che ricostruttiva o separativa.

Così, alla fine di questo blog, come alla fine senza fine di tutti i possibili discorsi sull'amore, crediamo sia opportuno ridimensionare il peso di ogni affermazione, di ogni presunta teoria, di ogni roboante assolutismo (che anche in questo blog non sono mancati) per fare risaltare la sola verità possibile: quella di ogni amore nella sua unicità, quell'amore comunque irripetibile, determinato da quella coppia (quella e solo quella) che nel qui e ora di ogni osservazione diventa "La Coppia": non riducibile a nessun'altra.

Di fronte alla coppia vera e in carne e ossa, tutti i cliché sull'amore, tutte le riflessioni, tutte le possibili elucubrazioni, tutte le teorie, comprese quelle qui stilate, devono, in qualche modo, essere messe da parte, presenti ma al contempo dimenticate.

Ed è proprio questa la specificità della mediazione: entrare nel contesto della coppia rifiutando il rigore dell’oggettivazione, mettendosi in gioco, per così dire, “senza memoria”, agendo, cioè, sempre al presente vivo della scena in atto, così da abbracciare, per davvero, le soggettività che sono coinvolte insieme alle parziali verità che le spingono ad agire e ai saperi profondi che le muovono e dai quali è indispensabile partire affinché, ogni possibile soluzione, sia la loro soluzione e non un qualsiasi medicamento standardizzato valido per tutti e per nessuno.

Il mediatore, senza scienza e senza sapere, si esenta, così, non solo dal fornire qualsiasi diagnosi tesa a evidenziare disturbi, patologie e persino tassonomie che svierebbero il suo mandato, ma anche dal proporre qualsiasi interpretazione, valutazione o consiglio, per quanto sollecitato dal desiderio (sempre vivo nella coppia) di evitare la fatica del cambiamento abbracciando le soluzioni (solo apparentemente solutive) dell'esperto di turno; poiché il mandato del mediatore non è, per l’appunto, interpretativo ma dispiegativo di ogni materialità che contestualizza e dà senso all'oggetto in esame permettendo di cogliere la pienezza dell’esperienza che produce e di interrogarsi sulla possibile tras-formazione delle parti, ossia sulle potenzialità latenti o manifeste attraverso le quali affrontare, a partire dal contesto, la crisi e, da lì, ogni eventuale cambiamento.

Lo spazio della mediazione così orientato, si presta allora a divenire davvero, e fuor d’ogni retorica, il luogo dove l’io impara a cercare nel tu le ragioni di un proprio se stesso che si trovano nell'incondizionata consegna di sé a quella alterità che incrina la nostra identità, non per evadere dalla nostra solitudine, né per fondersi con l'identità dell'Altro, ma per aprirla a ciò che noi ancora non siamo; quel non-siamo con cui è salvifico giocare per scoprire in ogni gesto il miracolo della stupefazione.

Buona stupefazione a tutti...


Miti e li-miti dell'amore contemporaneo


Nel post "Perdere se stessi" abbiamo ragionato attorno a quella dimensione energetica, generativa e rigenerativa dell'amore che si configura nella ricerca dell'Altro non (come spesso sembra suggerirci il luogo comune) quale catalizzatore di sicurezze, specchio in cui riflettere la mia identità come io la credo e la esercito, affinché l'immagine che ho di me ne venga confermata, ma -paradossalmente- come labirinto in cui smarrirsi, stimolo all'incontro con tutto ciò che, diverso da me, in potenza o in latenza, comunque mi abita, fosse solo perché l'incontro con l'Altro l'ha fecondato.


Nel post "Perdere se stessi" abbiamo ragionato attorno a quella dimensione energetica, generativa e rigenerativa dell'amore che si configura nella ricerca dell'Altro non (come spesso sembra suggerirci il luogo comune) quale catalizzatore di sicurezze, specchio in cui riflettere la mia identità come io la credo e la esercito, affinché l'immagine che ho di me ne venga confermata, ma -paradossalmente- come labirinto in cui smarrirsi, stimolo all'incontro con tutto ciò che, diverso da me, in potenza o in latenza, comunque mi abita, fosse solo perché l'incontro con l'Altro l'ha fecondato.

Perdere se stessi


Dopo la parentesi natalizia riprendiamo (un po' più satolli) le nostre riflessioni.

Come abbiamo osservato nel post "La schiena dell'amore è l'odio", la natura profonda di ogni relazione (con una virulenza direttamente proporzionale man mano che ci avviciniamo a quelle relazioni che chiamiamo "d'amore") è intrinsecamente segnata, lo si avverta o meno, dalla minaccia che l'Altro rappresenta per l'equilibrio della mia identità. Più l'Altro è per me importante, più la sua presenza di corpo-diverso-da-me-che-mi-attrae costituisce un potenziale pericolo per ciò che sono o, meglio, per ciò che credo di essere.


Dopo la parentesi natalizia riprendiamo (un po' più satolli) le nostre riflessioni.

Come abbiamo osservato nel post "La schiena dell'amore è l'odio", la natura profonda di ogni relazione (con una virulenza direttamente proporzionale man mano che ci avviciniamo a quelle relazioni che chiamiamo "d'amore") è intrinsecamente segnata, lo si avverta o meno, dalla minaccia che l'Altro rappresenta per l'equilibrio della mia identità. Più l'Altro è per me importante, più la sua presenza di corpo-diverso-da-me-che-mi-attrae costituisce un potenziale pericolo per ciò che sono o, meglio, per ciò che credo di essere.

La schiena dell'amore è l'odio


Come abbiamo provato a descrivere nel post "Amore evolutivo", amore e conflitto sembrerebbero essere elementi inscindibili dell'umano e della sua possibilità/capacità di evolversi con una velocità esclusa al resto dei viventi. Lo scrittore peruviano Manuel Scorza (lo citavamo in uno dei primissimi post di questo blog: "Il grande assente") bene sintetizza questa dualità inscindibilmente intrinseca alla specie umana affermando: "La schiena dell'amore è l'odio, il petto dell'odio è l'amore.".


Come abbiamo provato a descrivere nel post "Amore evolutivo", amore e conflitto sembrerebbero essere elementi inscindibili dell'umano e della sua possibilità/capacità di evolversi con una velocità esclusa al resto dei viventi. Lo scrittore peruviano Manuel Scorza (lo citavamo in uno dei primissimi post di questo blog: "Il grande assente") bene sintetizza questa dualità inscindibilmente intrinseca alla specie umana affermando: "La schiena dell'amore è l'odio, il petto dell'odio è l'amore.".

D'amore e d'accordo


Amare, sentenziavamo qualche post or sono, significa vincere entrambi, una condizione che, tuttavia, appare paradossale per chi, come l'umano, ha attraversato la sua storia (esclusi alcuni rari sprazzi d'illuminazione) avvinghiato alla logica degli opposti e, quando annuncia un vincente, automaticamente allude a un perdente.

Concretare la paradossale possibilità di vincere entrambi necessita, dunque, di uno sforzo né scontato né indifferente, uno di quei salti mortali che ci hanno elevato dal mondo strettamente animale da cui, con tutta probabilità, questo imprinting (vincente vs perdente) abbiamo ereditato applicandolo, con quella perizia di cui solo noi siamo capaci, ad ogni relazione che l'homo sapiens sapiens intrattiene con tutto ciò che è altro da lui, compresi quegli altri che sono i suoi simili e la natura in ogni sua forma, insomma: ciò che non sono io e che mi minaccia con la sua possibilità di fare di me un perdente, spingendomi così a tentare la strada della sopraffazione che porta alla vittoria -spesso di Pirro.


Amare, sentenziavamo qualche post or sono, significa vincere entrambi, una condizione che, tuttavia, appare paradossale per chi, come l'umano, ha attraversato la sua storia (esclusi alcuni rari sprazzi d'illuminazione) avvinghiato alla logica degli opposti e, quando annuncia un vincente, automaticamente allude a un perdente.

Concretare la paradossale possibilità di vincere entrambi necessita, dunque, di uno sforzo né scontato né indifferente, uno di quei salti mortali che ci hanno elevato dal mondo strettamente animale da cui, con tutta probabilità, questo imprinting (vincente vs perdente) abbiamo ereditato applicandolo, con quella perizia di cui solo noi siamo capaci, ad ogni relazione che l'homo sapiens sapiens intrattiene con tutto ciò che è altro da lui, compresi quegli altri che sono i suoi simili e la natura in ogni sua forma, insomma: ciò che non sono io e che mi minaccia con la sua possibilità di fare di me un perdente, spingendomi così a tentare la strada della sopraffazione che porta alla vittoria -spesso di Pirro.

Aretè: esercizi di virtù


Per declinare la seconda via al ben-essere amoroso, riprendiamone un momento la definizione che nel post "Areté: l'arte del ben-essere" abbiamo provato a con-figurare come "volontà di creare il bene", di stare nella relazione col mondo e con l'Altro mettendo in gioco le nostre migliori abilità per generare qualcosa di bello, per produrre -appunto- ben-essere.

Il linguaggio comune, almeno il nostro italiano, restituisce questa vicinanza tra arte e virtù con l'espressione "virtuoso" in cui si indica qualcuno (spesso un artista, un artigiano, ma non solo) che sa fare bene, molto bene, a regola d'arte -appunto-, qualcosa che normalmente gli altri non sanno fare o fanno peggio.


Per declinare la seconda via al ben-essere amoroso, riprendiamone un momento la definizione che nel post "Areté: l'arte del ben-essere" abbiamo provato a con-figurare come "volontà di creare il bene", di stare nella relazione col mondo e con l'Altro mettendo in gioco le nostre migliori abilità per generare qualcosa di bello, per produrre -appunto- ben-essere.

Il linguaggio comune, almeno il nostro italiano, restituisce questa vicinanza tra arte e virtù con l'espressione "virtuoso" in cui si indica qualcuno (spesso un artista, un artigiano, ma non solo) che sa fare bene, molto bene, a regola d'arte -appunto-, qualcosa che normalmente gli altri non sanno fare o fanno peggio.

Il non luogo della mediazione


Prosegue l'intervista rilasciata a MediationHub, un'occasione per riflettere sulla disciplina della mediazione che orienta questo mio approccio attorno all'amore, alle sue crisi e ai suoi ri-medi.

Intervistatore: Quale è secondo te l’ambiente, lo spazio ideale per svolgere una mediazione?

M.S.Galli: Non credo nel setting. Almeno per quel che concerne la mediazione. Penso che il mediatore debba anzitutto accompagnare le parti in un non-luogo, ossia quello spazio dal quale si cerchi il più possibile di lasciare fuori il mondo così come appare: il mondo coi suoi dettami, le sue regole, i suoi codici, le sue coercizioni, i suoi dogmi, per aiutarle a cercare dentro di loro, e rispetto alla specificità della loro relazione, le leggi più adeguate per disciplinare il conflitto che stanno vivendo, trasformandolo da distruttivo a costruttivo. In questo senso, la mediazione può essere intesa come un’utopia, un u-topos, un senza luogo che proprio nel non-luogo che il mediatore allestisce può trovare dimora. Da qui in poi è chiaro che assume un senso del tutto secondario il concetto di setting. Il setting è il mediatore. 


Prosegue l'intervista rilasciata a MediationHub, un'occasione per riflettere sulla disciplina della mediazione che orienta questo mio approccio attorno all'amore, alle sue crisi e ai suoi ri-medi.

Intervistatore: Quale è secondo te l’ambiente, lo spazio ideale per svolgere una mediazione?

M.S.Galli: Non credo nel setting. Almeno per quel che concerne la mediazione. Penso che il mediatore debba anzitutto accompagnare le parti in un non-luogo, ossia quello spazio dal quale si cerchi il più possibile di lasciare fuori il mondo così come appare: il mondo coi suoi dettami, le sue regole, i suoi codici, le sue coercizioni, i suoi dogmi, per aiutarle a cercare dentro di loro, e rispetto alla specificità della loro relazione, le leggi più adeguate per disciplinare il conflitto che stanno vivendo, trasformandolo da distruttivo a costruttivo. In questo senso, la mediazione può essere intesa come un’utopia, un u-topos, un senza luogo che proprio nel non-luogo che il mediatore allestisce può trovare dimora. Da qui in poi è chiaro che assume un senso del tutto secondario il concetto di setting. Il setting è il mediatore. 

Conflitto evolutivo


Dopo la scorpacciata  bowlbiana interrompiamo per qualche post il flusso riflessivo strettamente connesso alle questioni dell'amore (riprenderemo a breve con il post "Amare non basta"), per concentraci sulla mediazione, ossia sulla disciplina che alimenta, seppur con numerose e eretiche varianti, questo mio approccio. 

Approfittiamo, in questo senso, dell'intervista che ho avuto il piacere di rilasciare a MediationHub, un interessante blog nato dall'idea di Jacopo Savi (avvocato, mediatore), dove si raccolgono molteplici testimonianze di professionisti della mediazione che riflettono sulla loro vision e modalità di operare.

Voglio altresì cogliere l'occasione di questa breve interruzione per ringraziare i moltissimi che si sono iscritti a questa newsletter e i tanti che ogni giorno ci vengono a visitare.


Dopo la scorpacciata  bowlbiana interrompiamo per qualche post il flusso riflessivo strettamente connesso alle questioni dell'amore (riprenderemo a breve con il post "Amare non basta"), per concentraci sulla mediazione, ossia sulla disciplina che alimenta, seppur con numerose e eretiche varianti, questo mio approccio. 

Approfittiamo, in questo senso, dell'intervista che ho avuto il piacere di rilasciare a MediationHub, un interessante blog nato dall'idea di Jacopo Savi (avvocato, mediatore), dove si raccolgono molteplici testimonianze di professionisti della mediazione che riflettono sulla loro vision e modalità di operare.

Voglio altresì cogliere l'occasione di questa breve interruzione per ringraziare i moltissimi che si sono iscritti a questa newsletter e i tanti che ogni giorno ci vengono a visitare.

Amare con stile

Nel post "influenze amorose" abbiamo accennato al concetto di "stili di attaccamento" elaborato da John Bowlby come una delle possibili metafore che ci possono aiutare a capire l'importanza che ricoprono le relazioni affettive per quello strano animale che siamo; relazioni in cui, per dirla succintamente, a seconda di come siamo amati, apprendiamo ad amare, cosa che, evidentemente, ha importanti ricadute sulla nostra vita, segnandone in qualche modo il destino.

Come tutte le metafore, anche quella di Bowlby va presa tuttavia come un contributo tra i tanti e non certo come la verità; una delle possibilità esplicative che contribuisce a dare un senso o, meglio, più di un senso, al perché, secondo il nostro discorrere, ci innamoriamo di quella persona piuttosto che di un'altra.

Nel post "influenze amorose" abbiamo accennato al concetto di "stili di attaccamento" elaborato da John Bowlby come una delle possibili metafore che ci possono aiutare a capire l'importanza che ricoprono le relazioni affettive per quello strano animale che siamo; relazioni in cui, per dirla succintamente, a seconda di come siamo amati, apprendiamo ad amare, cosa che, evidentemente, ha importanti ricadute sulla nostra vita, segnandone in qualche modo il destino.

Come tutte le metafore, anche quella di Bowlby va presa tuttavia come un contributo tra i tanti e non certo come la verità; una delle possibilità esplicative che contribuisce a dare un senso o, meglio, più di un senso, al perché, secondo il nostro discorrere, ci innamoriamo di quella persona piuttosto che di un'altra.

L'Amore Libera

Mai come in questo giorno dedicato alla liberazione (25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo, per gli immemori) credo sia opportuno parlare d'amore, questo amore che pervade l'umano e, nel bene e nel male, propriamente e impropriamente, tutti cerchiamo per liberarci dalla nostra solitudine o, come meglio credo, per liberare la nostra solitudine -ma di questa (apparente) sottile differenza avremo modo di parlare ancora nei prossimi post.

Forse perché essere liberi davvero non ci basta o, forse perché non abbiamo ancora ben capito cosa sia questa libertà che cerchiamo e spesso, troppo spesso, soprattutto in questo nostro tempo, la confondiamo con una libertà assoluta (ab soluta) sciolta da tutto, svincolata da tutto, che è libertà perché non tiene conto di niente e di nessuno.

Ma non è questa la libertà che l'amore di coppia (ma forse l'amore tra umani in genere) può promettere e dare, poiché amore è sostanzialmente relazione, incontro, unione di due, attrazione tra distanze: una danza che si fa diversa, proprio perché non son più solo a ballare.

E allora diventa fondamentale stare attenti a non schiacciare i piedi dell'Altro, lasciare quello spazio adeguato affinché le sue gambe possano girare all'unisono con le mie e volere/lottare perché lui/lei faccia lo stesso, cercando al contempo un'armonia di passi che sappiano sentire il medesimo ritmo incalzante, la stessa suadente melodia e sarà fatica, sforzo, sacrificio, allenamento (tanto allenamento) affinché quel fluire possa rendere la danza un piacere, un godere e, soprattutto, una scoperta, perché quei piedi che roteano, uguali e distinti al contempo, hanno, nel loro danzare, una magia che i miei piedi non hanno, che i tuoi piedi non hanno e ci trascinano, se la danza è vera, in un posto dove né io né te da soli saremmo mai andati.

Questo luogo è la libertà che l'amore ci può regalare e per questo luogo, come ci racconta Miguel Hernández nella bellissima poesia qui interpretata da Manuel Serrat ("Miguel Hernández", 1972), dobbiamo lottare sia quando siamo imprigionati in un amore che non ci ama, sia quando, ben peggio, siamo imprigionati nel giogo di una dittatura che ci impedisce di amare.

Per la libertà sanguino, lotto, rivivo. / Per la libertà, i miei occhi e le mie mani, / come un albero carnale generoso e rinchiuso / dono ad ogni domani. / Per la libertà sento molti più cuori / che arene nel mio petto: dan spuma le mie vene, / e dentro agli ospedali, e dentro ai loro odori / come tra le amarene. / Perché dove due occhi senza più luce albeggiano, / lei metterà due pietre di futura mirata / farà che nuove braccia e nuove gambe crescano / nella carne amputata. / Germoglieranno alate di linfa verde foglia / reliquie del mio corpo che perdo a ogni ferita. / Perché son come un albero tagliato, che germoglia: / e ancor tengo la vita.
Mai come in questo giorno dedicato alla liberazione (25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo, per gli immemori) credo sia opportuno parlare d'amore, questo amore che pervade l'umano e, nel bene e nel male, propriamente e impropriamente, tutti cerchiamo per liberarci dalla nostra solitudine o, come meglio credo, per liberare la nostra solitudine -ma di questa (apparente) sottile differenza avremo modo di parlare ancora nei prossimi post.

Forse perché essere liberi davvero non ci basta o, forse perché non abbiamo ancora ben capito cosa sia questa libertà che cerchiamo e spesso, troppo spesso, soprattutto in questo nostro tempo, la confondiamo con una libertà assoluta (ab soluta) sciolta da tutto, svincolata da tutto, che è libertà perché non tiene conto di niente e di nessuno.

Ma non è questa la libertà che l'amore di coppia (ma forse l'amore tra umani in genere) può promettere e dare, poiché amore è sostanzialmente relazione, incontro, unione di due, attrazione tra distanze: una danza che si fa diversa, proprio perché non son più solo a ballare.

E allora diventa fondamentale stare attenti a non schiacciare i piedi dell'Altro, lasciare quello spazio adeguato affinché le sue gambe possano girare all'unisono con le mie e volere/lottare perché lui/lei faccia lo stesso, cercando al contempo un'armonia di passi che sappiano sentire il medesimo ritmo incalzante, la stessa suadente melodia e sarà fatica, sforzo, sacrificio, allenamento (tanto allenamento) affinché quel fluire possa rendere la danza un piacere, un godere e, soprattutto, una scoperta, perché quei piedi che roteano, uguali e distinti al contempo, hanno, nel loro danzare, una magia che i miei piedi non hanno, che i tuoi piedi non hanno e ci trascinano, se la danza è vera, in un posto dove né io né te da soli saremmo mai andati.

Questo luogo è la libertà che l'amore ci può regalare e per questo luogo, come ci racconta Miguel Hernández nella bellissima poesia qui interpretata da Manuel Serrat ("Miguel Hernández", 1972), dobbiamo lottare sia quando siamo imprigionati in un amore che non ci ama, sia quando, ben peggio, siamo imprigionati nel giogo di una dittatura che ci impedisce di amare.

Per la libertà sanguino, lotto, rivivo. / Per la libertà, i miei occhi e le mie mani, / come un albero carnale generoso e rinchiuso / dono ad ogni domani. / Per la libertà sento molti più cuori / che arene nel mio petto: dan spuma le mie vene, / e dentro agli ospedali, e dentro ai loro odori / come tra le amarene. / Perché dove due occhi senza più luce albeggiano, / lei metterà due pietre di futura mirata / farà che nuove braccia e nuove gambe crescano / nella carne amputata. / Germoglieranno alate di linfa verde foglia / reliquie del mio corpo che perdo a ogni ferita. / Perché son come un albero tagliato, che germoglia: / e ancor tengo la vita.

Unlove Tour: Chiuduno

Prosegue il piccolo tour di presentazione del libro "L'Amore alla Fine dell'Amore", settimana. scorsa alla volta di Chiuduno, sempre nella bergamasca e sempre con le colleghe Savio e Marella con cui abbiamo condiviso anche la serata di Bolgare.

L'incontro, questa volta, è stato l'occasione per affrontare un altro tema fondamentale nel percorso di mediazione e, so

prattutto, nel percorso degli amori quando si avviano alla fine dell'amore: i bambini, i figli che, loro malgrado, sempre subiscono l'evento separativo.


Prosegue il piccolo tour di presentazione del libro "L'Amore alla Fine dell'Amore", settimana. scorsa alla volta di Chiuduno, sempre nella bergamasca e sempre con le colleghe Savio e Marella con cui abbiamo condiviso anche la serata di Bolgare.

L'incontro, questa volta, è stato l'occasione per affrontare un altro tema fondamentale nel percorso di mediazione e, so

prattutto, nel percorso degli amori quando si avviano alla fine dell'amore: i bambini, i figli che, loro malgrado, sempre subiscono l'evento separativo.


Educare il desiderio: amare a zig zag


Nella metafora che attraversa le «Mille e una notte», le storie che la bella Shahrazad racconta al sultano, altro non fanno che tentare di ripristinare un desiderio che ha perduto il senso della propria normalità e, ogni notte, dopo aver trovato appagamento, taglia la testa all’oggetto del suo godimento, le sue amanti. Shahrazad curerà il sultano e si salverà dalla sua follia proprio educandolo o rieducandolo al differimento del desiderio che, continuamente rinviato, dopo mille e una notte, ritroverà la strada della normalità.

Quando non siamo in grado di governare il desiderio, ci illumina Freud, il regno delle pulsioni, delle energie libere, prende il sopravvento, l'energia cerca allora uno sfogo immediato e non è disposta a tollerare alcun differimento della gratificazione; ed è lì che ha luogo il trauma che mette fuori uso il principio di piacere.


Nella metafora che attraversa le «Mille e una notte», le storie che la bella Shahrazad racconta al sultano, altro non fanno che tentare di ripristinare un desiderio che ha perduto il senso della propria normalità e, ogni notte, dopo aver trovato appagamento, taglia la testa all’oggetto del suo godimento, le sue amanti. Shahrazad curerà il sultano e si salverà dalla sua follia proprio educandolo o rieducandolo al differimento del desiderio che, continuamente rinviato, dopo mille e una notte, ritroverà la strada della normalità.

Quando non siamo in grado di governare il desiderio, ci illumina Freud, il regno delle pulsioni, delle energie libere, prende il sopravvento, l'energia cerca allora uno sfogo immediato e non è disposta a tollerare alcun differimento della gratificazione; ed è lì che ha luogo il trauma che mette fuori uso il principio di piacere.

L’inganno del desiderio


L’uomo è un essere desiderante. Il desiderio è la sua forza, la sua energia, ciò che lo tiene in vita ma, paradossalmente, il solo modo di conservare il proprio io desiderante e di farlo prosperare, è quello di rinunciare alla sua soddisfazione. L’uomo, cioè, si afferma attraverso il desiderio, ma non attraverso la realizzazione del desiderio che, invece, sminuisce l’io, lo imprigiona e, metaforicamente parlando, lo uccide.

La psicanalisi ci insegna che l’animale umano vive proteso alla ricerca della soddisfazione del desiderio: ricerca della felicità, del godimento, anzi, di un godimento assoluto ma, allo stesso tempo, nel suo profondo, si oppone con forza a tale realizzazione, poiché intuisce, seppur inconsciamente, che questa felicità assoluta, concretandosi, lo travolgerebbe, inghiottendo la sua esserità.

Epicuro dirà che l’individuo si muove spinto dalla ricerca del proprio piacere e interesse ma che non è capace di raggiungerlo, nel senso che ad ogni desiderio soddisfatto subito se ne avvicenda uno nuovo, dando vita a una catena senza fine. Similmente, Sigmund Freud afferma che la differenza fra il piacere agognato e quello raggiunto, determina nell'uomo quel benevolo e vitale impulso che gli consente di protrarsi in avanti. In questo senso, il desiderio si definisce come perenne bisogno di una soddisfazione che la realtà non può offrire.

Sembrerebbe quasi che l’obiettivo finale dell’uomo, quale essere desiderante, sia il desiderio stesso, il desiderio in quanto possibilità di desiderare. Infatti, se il desiderio non può essere raggiunto, pena il suo annientamento, significa che il desiderio una volta esaudito, è anche, in qualche modo, esaurito. Raggiungere il desiderio vuole dire, allora, far morire il desiderio e, di riflesso -dicevamo- l’io desiderante che lo effonde.

L'amore, dunque, e l'amore contemporaneo soprattutto, dovrebbe imparare a stare su questo fragile crinale, in bilico perenne tra la soddisfazione del già esaudito e la necessità dell'esaudire. Ma, ancora una volta, è esercizio che bisogna imparare.

L’uomo è un essere desiderante. Il desiderio è la sua forza, la sua energia, ciò che lo tiene in vita ma, paradossalmente, il solo modo di conservare il proprio io desiderante e di farlo prosperare, è quello di rinunciare alla sua soddisfazione. L’uomo, cioè, si afferma attraverso il desiderio, ma non attraverso la realizzazione del desiderio che, invece, sminuisce l’io, lo imprigiona e, metaforicamente parlando, lo uccide.

La psicanalisi ci insegna che l’animale umano vive proteso alla ricerca della soddisfazione del desiderio: ricerca della felicità, del godimento, anzi, di un godimento assoluto ma, allo stesso tempo, nel suo profondo, si oppone con forza a tale realizzazione, poiché intuisce, seppur inconsciamente, che questa felicità assoluta, concretandosi, lo travolgerebbe, inghiottendo la sua esserità.

Epicuro dirà che l’individuo si muove spinto dalla ricerca del proprio piacere e interesse ma che non è capace di raggiungerlo, nel senso che ad ogni desiderio soddisfatto subito se ne avvicenda uno nuovo, dando vita a una catena senza fine. Similmente, Sigmund Freud afferma che la differenza fra il piacere agognato e quello raggiunto, determina nell'uomo quel benevolo e vitale impulso che gli consente di protrarsi in avanti. In questo senso, il desiderio si definisce come perenne bisogno di una soddisfazione che la realtà non può offrire.

Sembrerebbe quasi che l’obiettivo finale dell’uomo, quale essere desiderante, sia il desiderio stesso, il desiderio in quanto possibilità di desiderare. Infatti, se il desiderio non può essere raggiunto, pena il suo annientamento, significa che il desiderio una volta esaudito, è anche, in qualche modo, esaurito. Raggiungere il desiderio vuole dire, allora, far morire il desiderio e, di riflesso -dicevamo- l’io desiderante che lo effonde.

L'amore, dunque, e l'amore contemporaneo soprattutto, dovrebbe imparare a stare su questo fragile crinale, in bilico perenne tra la soddisfazione del già esaudito e la necessità dell'esaudire. Ma, ancora una volta, è esercizio che bisogna imparare.

La verità delle menzogne



L'arte, dice Pablo Picasso, ma noi estendiamo alla finzione tutta, "non è la verità ma una bugia che ci fa realizzare la verità" o, almeno, una tra le tante verità possibili. Fingere, nel gioco del'amore, significa giocare a plasmare quel noi che ci ha unito, costruendo insieme un mondo, il nostro mondo, a nostra immagine e somiglianza.

L'amore è, infatti e anzitutto, il luogo della finzione e del tradimento per eccellenza, poiché lì, più che altrove, riponiamo tutte le nostre più intime e immaginifiche, inconsce, aspettative -spesso a dispetto di qualsiasi concretezza reale- che l'Altro sia davvero come noi lo vediamo/desideriamo.. 



L'arte, dice Pablo Picasso, ma noi estendiamo alla finzione tutta, "non è la verità ma una bugia che ci fa realizzare la verità" o, almeno, una tra le tante verità possibili. Fingere, nel gioco del'amore, significa giocare a plasmare quel noi che ci ha unito, costruendo insieme un mondo, il nostro mondo, a nostra immagine e somiglianza.

L'amore è, infatti e anzitutto, il luogo della finzione e del tradimento per eccellenza, poiché lì, più che altrove, riponiamo tutte le nostre più intime e immaginifiche, inconsce, aspettative -spesso a dispetto di qualsiasi concretezza reale- che l'Altro sia davvero come noi lo vediamo/desideriamo.. 

 
amoreCiao Copyright © 2012 by Massimo Silvano Galli