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La schiena dell'amore è l'odio


Come abbiamo provato a descrivere nel post "Amore evolutivo", amore e conflitto sembrerebbero essere elementi inscindibili dell'umano e della sua possibilità/capacità di evolversi con una velocità esclusa al resto dei viventi. Lo scrittore peruviano Manuel Scorza (lo citavamo in uno dei primissimi post di questo blog: "Il grande assente") bene sintetizza questa dualità inscindibilmente intrinseca alla specie umana affermando: "La schiena dell'amore è l'odio, il petto dell'odio è l'amore.".


Come abbiamo provato a descrivere nel post "Amore evolutivo", amore e conflitto sembrerebbero essere elementi inscindibili dell'umano e della sua possibilità/capacità di evolversi con una velocità esclusa al resto dei viventi. Lo scrittore peruviano Manuel Scorza (lo citavamo in uno dei primissimi post di questo blog: "Il grande assente") bene sintetizza questa dualità inscindibilmente intrinseca alla specie umana affermando: "La schiena dell'amore è l'odio, il petto dell'odio è l'amore.".

D'amore e d'accordo


Amare, sentenziavamo qualche post or sono, significa vincere entrambi, una condizione che, tuttavia, appare paradossale per chi, come l'umano, ha attraversato la sua storia (esclusi alcuni rari sprazzi d'illuminazione) avvinghiato alla logica degli opposti e, quando annuncia un vincente, automaticamente allude a un perdente.

Concretare la paradossale possibilità di vincere entrambi necessita, dunque, di uno sforzo né scontato né indifferente, uno di quei salti mortali che ci hanno elevato dal mondo strettamente animale da cui, con tutta probabilità, questo imprinting (vincente vs perdente) abbiamo ereditato applicandolo, con quella perizia di cui solo noi siamo capaci, ad ogni relazione che l'homo sapiens sapiens intrattiene con tutto ciò che è altro da lui, compresi quegli altri che sono i suoi simili e la natura in ogni sua forma, insomma: ciò che non sono io e che mi minaccia con la sua possibilità di fare di me un perdente, spingendomi così a tentare la strada della sopraffazione che porta alla vittoria -spesso di Pirro.


Amare, sentenziavamo qualche post or sono, significa vincere entrambi, una condizione che, tuttavia, appare paradossale per chi, come l'umano, ha attraversato la sua storia (esclusi alcuni rari sprazzi d'illuminazione) avvinghiato alla logica degli opposti e, quando annuncia un vincente, automaticamente allude a un perdente.

Concretare la paradossale possibilità di vincere entrambi necessita, dunque, di uno sforzo né scontato né indifferente, uno di quei salti mortali che ci hanno elevato dal mondo strettamente animale da cui, con tutta probabilità, questo imprinting (vincente vs perdente) abbiamo ereditato applicandolo, con quella perizia di cui solo noi siamo capaci, ad ogni relazione che l'homo sapiens sapiens intrattiene con tutto ciò che è altro da lui, compresi quegli altri che sono i suoi simili e la natura in ogni sua forma, insomma: ciò che non sono io e che mi minaccia con la sua possibilità di fare di me un perdente, spingendomi così a tentare la strada della sopraffazione che porta alla vittoria -spesso di Pirro.

 
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