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Il Gioco dell'Amore: "Accordarsi"


Dopo la parentesi del convegno "Destinazione famiglia", nel cui intervento ho cercato di sintetizzare molte delle riflessioni che abbiamo condiviso in questo blog, torniamo ora al nostro discorrere ripartendo dal post "D'amore e d'accordo" in cui abbiamo avuto modo di osservare come la capacità di accordarsi (di trovare un accordo che, prima ancora di generare un'intesa, produca un'armonia sinfonica capace di restituire le bellezza che spesso il conflitto minaccia) non ci appartiene per natura, ma va conquistata con un costruttivo e positivo sforzo culturale.


Dopo la parentesi del convegno "Destinazione famiglia", nel cui intervento ho cercato di sintetizzare molte delle riflessioni che abbiamo condiviso in questo blog, torniamo ora al nostro discorrere ripartendo dal post "D'amore e d'accordo" in cui abbiamo avuto modo di osservare come la capacità di accordarsi (di trovare un accordo che, prima ancora di generare un'intesa, produca un'armonia sinfonica capace di restituire le bellezza che spesso il conflitto minaccia) non ci appartiene per natura, ma va conquistata con un costruttivo e positivo sforzo culturale.

D'amore e d'accordo


Amare, sentenziavamo qualche post or sono, significa vincere entrambi, una condizione che, tuttavia, appare paradossale per chi, come l'umano, ha attraversato la sua storia (esclusi alcuni rari sprazzi d'illuminazione) avvinghiato alla logica degli opposti e, quando annuncia un vincente, automaticamente allude a un perdente.

Concretare la paradossale possibilità di vincere entrambi necessita, dunque, di uno sforzo né scontato né indifferente, uno di quei salti mortali che ci hanno elevato dal mondo strettamente animale da cui, con tutta probabilità, questo imprinting (vincente vs perdente) abbiamo ereditato applicandolo, con quella perizia di cui solo noi siamo capaci, ad ogni relazione che l'homo sapiens sapiens intrattiene con tutto ciò che è altro da lui, compresi quegli altri che sono i suoi simili e la natura in ogni sua forma, insomma: ciò che non sono io e che mi minaccia con la sua possibilità di fare di me un perdente, spingendomi così a tentare la strada della sopraffazione che porta alla vittoria -spesso di Pirro.


Amare, sentenziavamo qualche post or sono, significa vincere entrambi, una condizione che, tuttavia, appare paradossale per chi, come l'umano, ha attraversato la sua storia (esclusi alcuni rari sprazzi d'illuminazione) avvinghiato alla logica degli opposti e, quando annuncia un vincente, automaticamente allude a un perdente.

Concretare la paradossale possibilità di vincere entrambi necessita, dunque, di uno sforzo né scontato né indifferente, uno di quei salti mortali che ci hanno elevato dal mondo strettamente animale da cui, con tutta probabilità, questo imprinting (vincente vs perdente) abbiamo ereditato applicandolo, con quella perizia di cui solo noi siamo capaci, ad ogni relazione che l'homo sapiens sapiens intrattiene con tutto ciò che è altro da lui, compresi quegli altri che sono i suoi simili e la natura in ogni sua forma, insomma: ciò che non sono io e che mi minaccia con la sua possibilità di fare di me un perdente, spingendomi così a tentare la strada della sopraffazione che porta alla vittoria -spesso di Pirro.

 
amoreCiao Copyright © 2012 by Massimo Silvano Galli