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Un amore resistente

Nei primi mesi del 1994 fui protagonista, insieme a diversi artisti e scrittori, uniti sotto legida della cooperativa culturale Raccolto, di una serie di importanti iniziative per le celebrazioni del Cinquantesimo anniversario della Resistenza, con progetti di intervento culturale che coinvolsero diversi comuni dell'hinterland milanese. Una delle iniziative prevedeva la raccolta di testimonianze di alcuni episodi della storia locale che poi, passate al vaglio della scrittura narrativa, sono confluite un intenso volume di racconti ("Esistenza di Resistenza", Ed. Raccolto). Tra i vari racconti che ebbi l'onore di ascoltare e rinarrare, mi piace oggi riportare la storia di due giovani innamorati che mi fu raccontata da Egidio Crippa e che qui riporto quale omaggio ai tanti giovani uomini e donne che hanno donato la loro vita e il loro amore.


Fuggiva di novembre una nebbiolina tersa che accompagnava i due giovani da Vittuone fino a Lezzeno, sulle sponde del lago di Como. Era una nebbiolina che nascondeva gli uomini e le cose, lasciando un senso ansioso ma invitante di segretezza, un sapore mascherato di celerità, quell'odore di vita che solo si respira quando l'ansia di esistere si mischia alla paura di morire.

Giampiero aveva passato parte del breve viaggio a riepilogare orari e strategie del piano. Era stato lui a portare la notizia che un automobile di gerarchi tedeschi sarebbe scesa lungo le diramazioni del lago di Como fino ad attraversare il piccolo paesino di Lezzeno.

Come patriota infiltrato dell'esercito repubblichino, era spesso riuscito ad avere importanti informazioni sugli spostamenti e le intenzioni dei fascisti e dei tedeschi e non aveva esitato a passarle ai partigiani con cui era in contatto.

Elisa lo accompagnava partecipando a questa lotta fatta di sotterfugi, di incontri segreti, di piccoli e grandi sabotaggi, facendo da tramite tra le rivelazioni del suo amore e il corpo volontari della libertà.

Si erano conosciuti così Elisa e Giampiero: il bel capitano infiltrato e la coraggiosa staffetta. Messaggio cifrato dopo messaggio cifrato, erano nato il loro amore... fino a quel piccolo biglietto, questa volta solo per lei, con cui Giampiero si era dichiarato: segreto tra i segreti, il più bello e dirompente, premessa di un altro sabotaggio, però del cuore.

Da quel giorno, ogni compito, pur ingrato e pericoloso, aveva avuto per loro tutto un altro sapore e pulsava nelle vene incarnando come mai il concetto di avvenire. L'insopportabile peso dei soprusi che fino allora aveva popolato le loro convinzioni guerriere, ora si incoronava del bisogno che ogni amore muove quando la vita con le sue istanze viene a bussare alla tua porta e allora capisci che tocca proprio a te, che non si può rimandare.

Eppure quel giorno di novembre, mentre il paesaggio scalpitava velocemente dietro i finestrini appannati e la nebbia pareva non voler diradare, quella fatalità che ogni volta li aveva portati, fermi sicuri, nei loro vent'anni, lungo la strada della libertà da riconquistare, quella certezza pareva venir meno: tarpata da un senso più forte di paura, da un sentore più alto di rischio.

Elisa lo ascoltava parlare di minuscole precisazioni, di mosse parallele e sincronizzate, ma sembrava cercare con gli occhi una forza che ancora quel giorno non possedeva, un coraggio che sia lui che lei dovevano ancora fermentare.

Quando l'automobile si fermò nella piccola piazza di Lezzeno non era ancora ora di destinare. Scesero insieme ai bagagli davanti alla pensione che li avrebbe ospitati e, silenziosi e circospetti, entrarono recitando un sorriso da matrimonio appena celebrato, una luna di miele da consumare, un copione che se tradiva la realtà, certo non smentiva la speranza.

Un signore bruno, dai lunghi baffi cortesi, li accompagnò sino alla loro camera, gli auguro una buona permanenza e chiuse la porta dietro alle sue spalle. Appena se ne fu andato, Giampiero si mise a ridere: "Se sapesse perché siamo qui non sarebbe così ossequioso," ma era un riso teso e nervoso. Elisa lo abbracciò, senza replicare.

Non sapevano a che ora sarebbe passata la macchina con i comandanti delle SS ma sicuramente sarebbe successo tra quella notte e la mattina seguente. Decisero che avrebbero fatto dei turni di guardia. Da quella postazione potevano facilmente avvistare l'auto prima che questa si trovasse nel luogo predisposto all'attacco.

Fu una notte lunga e silenziosa, abbagliata da allarmi immotivati, sogni interrotti e fitti dialoghi che andavano a costruire promettenti e fiduciosi domani, esorcizzando il presente.

Poi, verso il mattino, Giampiero scorse l'auto scendere verso il paese. Elisa dormiva, turbata da un sonno agitato. Giampiero si volse e la destò dolcemente.

"È ora," disse, "Sei pronta?".
"Pronta," rispose Elisa, come se mai avesse dormito.

Giampiero sorrise. Indossò la giacca e il cappello e prese l'uscita. Non era il caso di baciarsi, di dare corpo con quel gesto a un qualsiasi presagio. Avrebbero avuto tempo dopo, tutto il tempo per amarsi, tutta la vita... insieme.

La strada lo accolse e un vento ghiacciato fece a pezzetti i suoi dubbi e le paure, l'eccitazione e l'angoscia.

Elisa guardò un'ultima volta dalla finestra che dava sulla piazza, lo vide correre verso il luogo dell'agguato, poi chiuse le tende per non essere scorta e cercò l'orologio per non perdere l'ora stabilita.

Non ebbe tempo di fare altro, gli spari la raggiunsero stupita e impreparata. Spalancò la porta della stanza con gli occhi che avvampavano terrore, scese di corsa le scale e si trovò improvvisa davanti alla tragedia.

Prima che le pallottole la colpissero, capì che qualcuno li aveva traditi.
Nei primi mesi del 1994 fui protagonista, insieme a diversi artisti e scrittori, uniti sotto legida della cooperativa culturale Raccolto, di una serie di importanti iniziative per le celebrazioni del Cinquantesimo anniversario della Resistenza, con progetti di intervento culturale che coinvolsero diversi comuni dell'hinterland milanese. Una delle iniziative prevedeva la raccolta di testimonianze di alcuni episodi della storia locale che poi, passate al vaglio della scrittura narrativa, sono confluite un intenso volume di racconti ("Esistenza di Resistenza", Ed. Raccolto). Tra i vari racconti che ebbi l'onore di ascoltare e rinarrare, mi piace oggi riportare la storia di due giovani innamorati che mi fu raccontata da Egidio Crippa e che qui riporto quale omaggio ai tanti giovani uomini e donne che hanno donato la loro vita e il loro amore.


Fuggiva di novembre una nebbiolina tersa che accompagnava i due giovani da Vittuone fino a Lezzeno, sulle sponde del lago di Como. Era una nebbiolina che nascondeva gli uomini e le cose, lasciando un senso ansioso ma invitante di segretezza, un sapore mascherato di celerità, quell'odore di vita che solo si respira quando l'ansia di esistere si mischia alla paura di morire.

Giampiero aveva passato parte del breve viaggio a riepilogare orari e strategie del piano. Era stato lui a portare la notizia che un automobile di gerarchi tedeschi sarebbe scesa lungo le diramazioni del lago di Como fino ad attraversare il piccolo paesino di Lezzeno.

Come patriota infiltrato dell'esercito repubblichino, era spesso riuscito ad avere importanti informazioni sugli spostamenti e le intenzioni dei fascisti e dei tedeschi e non aveva esitato a passarle ai partigiani con cui era in contatto.

Elisa lo accompagnava partecipando a questa lotta fatta di sotterfugi, di incontri segreti, di piccoli e grandi sabotaggi, facendo da tramite tra le rivelazioni del suo amore e il corpo volontari della libertà.

Si erano conosciuti così Elisa e Giampiero: il bel capitano infiltrato e la coraggiosa staffetta. Messaggio cifrato dopo messaggio cifrato, erano nato il loro amore... fino a quel piccolo biglietto, questa volta solo per lei, con cui Giampiero si era dichiarato: segreto tra i segreti, il più bello e dirompente, premessa di un altro sabotaggio, però del cuore.

Da quel giorno, ogni compito, pur ingrato e pericoloso, aveva avuto per loro tutto un altro sapore e pulsava nelle vene incarnando come mai il concetto di avvenire. L'insopportabile peso dei soprusi che fino allora aveva popolato le loro convinzioni guerriere, ora si incoronava del bisogno che ogni amore muove quando la vita con le sue istanze viene a bussare alla tua porta e allora capisci che tocca proprio a te, che non si può rimandare.

Eppure quel giorno di novembre, mentre il paesaggio scalpitava velocemente dietro i finestrini appannati e la nebbia pareva non voler diradare, quella fatalità che ogni volta li aveva portati, fermi sicuri, nei loro vent'anni, lungo la strada della libertà da riconquistare, quella certezza pareva venir meno: tarpata da un senso più forte di paura, da un sentore più alto di rischio.

Elisa lo ascoltava parlare di minuscole precisazioni, di mosse parallele e sincronizzate, ma sembrava cercare con gli occhi una forza che ancora quel giorno non possedeva, un coraggio che sia lui che lei dovevano ancora fermentare.

Quando l'automobile si fermò nella piccola piazza di Lezzeno non era ancora ora di destinare. Scesero insieme ai bagagli davanti alla pensione che li avrebbe ospitati e, silenziosi e circospetti, entrarono recitando un sorriso da matrimonio appena celebrato, una luna di miele da consumare, un copione che se tradiva la realtà, certo non smentiva la speranza.

Un signore bruno, dai lunghi baffi cortesi, li accompagnò sino alla loro camera, gli auguro una buona permanenza e chiuse la porta dietro alle sue spalle. Appena se ne fu andato, Giampiero si mise a ridere: "Se sapesse perché siamo qui non sarebbe così ossequioso," ma era un riso teso e nervoso. Elisa lo abbracciò, senza replicare.

Non sapevano a che ora sarebbe passata la macchina con i comandanti delle SS ma sicuramente sarebbe successo tra quella notte e la mattina seguente. Decisero che avrebbero fatto dei turni di guardia. Da quella postazione potevano facilmente avvistare l'auto prima che questa si trovasse nel luogo predisposto all'attacco.

Fu una notte lunga e silenziosa, abbagliata da allarmi immotivati, sogni interrotti e fitti dialoghi che andavano a costruire promettenti e fiduciosi domani, esorcizzando il presente.

Poi, verso il mattino, Giampiero scorse l'auto scendere verso il paese. Elisa dormiva, turbata da un sonno agitato. Giampiero si volse e la destò dolcemente.

"È ora," disse, "Sei pronta?".
"Pronta," rispose Elisa, come se mai avesse dormito.

Giampiero sorrise. Indossò la giacca e il cappello e prese l'uscita. Non era il caso di baciarsi, di dare corpo con quel gesto a un qualsiasi presagio. Avrebbero avuto tempo dopo, tutto il tempo per amarsi, tutta la vita... insieme.

La strada lo accolse e un vento ghiacciato fece a pezzetti i suoi dubbi e le paure, l'eccitazione e l'angoscia.

Elisa guardò un'ultima volta dalla finestra che dava sulla piazza, lo vide correre verso il luogo dell'agguato, poi chiuse le tende per non essere scorta e cercò l'orologio per non perdere l'ora stabilita.

Non ebbe tempo di fare altro, gli spari la raggiunsero stupita e impreparata. Spalancò la porta della stanza con gli occhi che avvampavano terrore, scese di corsa le scale e si trovò improvvisa davanti alla tragedia.

Prima che le pallottole la colpissero, capì che qualcuno li aveva traditi.

Fatica e Sacrificio d'Amore

Nel post precedente ("Il mito della libertà") ponevamo attenzione a quella disfunzione strategico-concettuale che gli amori contemporanei spesso sembrano manifestare, credendo che la vita di coppia coincida con la realizzazione di una sorta di libertà totalizzante, una libertà slegata da tutto e da tutti -credenza in evidente contraddizione con il fatto stesso che l'amore è (o dovrebbe essere) un forte legame, anzitutto emotivo, e, in quanto tale (appunto) lega, fa sì, dicevamo, che, proprio creando una serie di vicendevoli vincoli, possa sospingere entrambi a scoprire forme di libertà altrimenti non esperibili.

Pensare di stare in questo legame senza al contempo esserne in qualche modo legati, o tentando in diversi modi di slegarsi, non può che produrre degli amori malati in cui entrambi i poli della relazione finiscono per soffrire.

Allo stesso modo, risulta evidente, come la condizione di colui che si lega a un Altro non è sempre "rose e fiori", come si usa dire. Ogni libertà ha un prezzo, e anche la particolare e unica libertà che generano gli amori non difetta in questo senso.

Il problema, tutto contemporaneo, è che la libertà che si conquista nella relazione con l'Altro sembra corrispondere sempre meno alle mitologie con cui cresciamo in questa nostra epoca, ad esempio a ciò che ci fa distinguere il buono dal cattivo, il giusto dall'errato.

“Fatica”, “sacrificio”, ci ricorda Romano Madera (“La filosofia come stile di vita”), sono parole in decadimento. Dalla fine della seconda guerra mondiale sono andate via via perdendo il loro peso nella vita sociale, trasformandosi da “parole culto”, su cui si sono fondate tutte le civiltà umane segnate dalla scarsità dei beni, a “parole minaccia” per la civiltà dello sperpero e dei consumi in cui viviamo -almeno in quell'occidente che tende ad allargarsi a dismisura globalizzando il mondo con le sue forme-vita.

Oggi, ciò che la concezione contemporanea inserisce nella categoria delle cose buone e giuste, non prevede né la fatica, né il sacrificio, anzi, prescrive il loro esatto contrario: l'ozio, meglio declinato come: semplificazione, immediatezza, intrattenimento; e l'abbondanza, a sua volta declinata come: consumo, opulenza, spreco.

Non è questo lo spazio per inoltrarci ulteriormente in questa riflessione, ci basti pensare che, in un mondo dove fatica e sacrificio risuonano, anche nelle teorie economiche, come tamburi funebri, la vita di coppia è destinata a non reggere il passo.

Alte e basse maree di ogni relazione d’amore donano, insieme alle gioie classificabili come tali, anche numerosi detriti che oggi non siamo più in grado di leggere come beni preziosi: la bella fatica dell’attenzione all’Altro, la fatica dell’ascolto (quello vero), la fatica del dono gratuito, del per-dono, la fatica della rinuncia di ciò che mi piace a favore di ciò che ti piace, il sacrificio -appunto- di me per te, la fatica della cooperazione; ma anche la fatica del conflitto sano e costruttivo, la fatica del confronto con l’Altro per far valere le proprie idee, ma disposti ad abdicarvi di fronte a un argomento che riconosciamo migliore e, infine, anche la fatica educativa nel cercare insieme il cambiamento di ciò che non funziona e verso ciò che ci rende più felici, ma anche la fatica di educare quell'Altro che, essendo altro da me, ha bisogno di essere accompagnato a comprendere chi sono, cosa voglio e perché, affinché possa non diventare come io lo voglio, ma a provare -per amore- ad essere come io lo vorrei -ed è in questo spazio che si dà la possibilità del cambiamento ed emerge quella forza dell'amore che ci fa evolvere, spingendoci a scoprirci diversi.

A queste fatiche non è la coppia in sé, ma l’uomo contemporaneo che non sembra più abilitato e avverte come aliene certe impegnative posizioni che troppo echeggiano come vetuste prescrizioni morali (fatica, sacrificio, per-dono, rinuncia, etc.), non perché necessariamente lo siano, ma perché (per citare le più eclatanti) storicamente monopolizzate da dottrine religiose in via di secolarizzazione e contemporaneamente osteggiate da divergenti dettami socio-culturali dove, invece, hanno la meglio posizioni edoniste e individualiste.

Come abbiamo più volte accennato in questo blog, è a partire da queste condizioni uniche nella storia dell'umano (e a cui non siamo preparati), che si impone la necessità di aprire una riflessione attorno alla nascita di una pedagogia dell’amore di coppia capace di focalizzarsi sulle dinamiche evolutive di questa fondamentale e nutritiva relazione, conquistando una posizione laica e il più possibile aideologica, proponendo modelli ecologici multiesperienziali e muldisciplinari che sappiano introdurre un’educazione all'amore coniugale capace di farcene comprendere le dinamiche e le potenzialità e, al contempo, capace di ridurre i rischi dello smarrimento e della dissipazione, senza per questo abbracciare posizioni antidivorziste, ma elevando l'amore alla sua massima potenza: quando intreccia nei suoi legami due storie differenti e le unisce, legandole e liberandole per sempre, accada quel che accada, divorzio compreso.
Nel post precedente ("Il mito della libertà") ponevamo attenzione a quella disfunzione strategico-concettuale che gli amori contemporanei spesso sembrano manifestare, credendo che la vita di coppia coincida con la realizzazione di una sorta di libertà totalizzante, una libertà slegata da tutto e da tutti -credenza in evidente contraddizione con il fatto stesso che l'amore è (o dovrebbe essere) un forte legame, anzitutto emotivo, e, in quanto tale (appunto) lega, fa sì, dicevamo, che, proprio creando una serie di vicendevoli vincoli, possa sospingere entrambi a scoprire forme di libertà altrimenti non esperibili.

Pensare di stare in questo legame senza al contempo esserne in qualche modo legati, o tentando in diversi modi di slegarsi, non può che produrre degli amori malati in cui entrambi i poli della relazione finiscono per soffrire.

Allo stesso modo, risulta evidente, come la condizione di colui che si lega a un Altro non è sempre "rose e fiori", come si usa dire. Ogni libertà ha un prezzo, e anche la particolare e unica libertà che generano gli amori non difetta in questo senso.

Il problema, tutto contemporaneo, è che la libertà che si conquista nella relazione con l'Altro sembra corrispondere sempre meno alle mitologie con cui cresciamo in questa nostra epoca, ad esempio a ciò che ci fa distinguere il buono dal cattivo, il giusto dall'errato.

“Fatica”, “sacrificio”, ci ricorda Romano Madera (“La filosofia come stile di vita”), sono parole in decadimento. Dalla fine della seconda guerra mondiale sono andate via via perdendo il loro peso nella vita sociale, trasformandosi da “parole culto”, su cui si sono fondate tutte le civiltà umane segnate dalla scarsità dei beni, a “parole minaccia” per la civiltà dello sperpero e dei consumi in cui viviamo -almeno in quell'occidente che tende ad allargarsi a dismisura globalizzando il mondo con le sue forme-vita.

Oggi, ciò che la concezione contemporanea inserisce nella categoria delle cose buone e giuste, non prevede né la fatica, né il sacrificio, anzi, prescrive il loro esatto contrario: l'ozio, meglio declinato come: semplificazione, immediatezza, intrattenimento; e l'abbondanza, a sua volta declinata come: consumo, opulenza, spreco.

Non è questo lo spazio per inoltrarci ulteriormente in questa riflessione, ci basti pensare che, in un mondo dove fatica e sacrificio risuonano, anche nelle teorie economiche, come tamburi funebri, la vita di coppia è destinata a non reggere il passo.

Alte e basse maree di ogni relazione d’amore donano, insieme alle gioie classificabili come tali, anche numerosi detriti che oggi non siamo più in grado di leggere come beni preziosi: la bella fatica dell’attenzione all’Altro, la fatica dell’ascolto (quello vero), la fatica del dono gratuito, del per-dono, la fatica della rinuncia di ciò che mi piace a favore di ciò che ti piace, il sacrificio -appunto- di me per te, la fatica della cooperazione; ma anche la fatica del conflitto sano e costruttivo, la fatica del confronto con l’Altro per far valere le proprie idee, ma disposti ad abdicarvi di fronte a un argomento che riconosciamo migliore e, infine, anche la fatica educativa nel cercare insieme il cambiamento di ciò che non funziona e verso ciò che ci rende più felici, ma anche la fatica di educare quell'Altro che, essendo altro da me, ha bisogno di essere accompagnato a comprendere chi sono, cosa voglio e perché, affinché possa non diventare come io lo voglio, ma a provare -per amore- ad essere come io lo vorrei -ed è in questo spazio che si dà la possibilità del cambiamento ed emerge quella forza dell'amore che ci fa evolvere, spingendoci a scoprirci diversi.

A queste fatiche non è la coppia in sé, ma l’uomo contemporaneo che non sembra più abilitato e avverte come aliene certe impegnative posizioni che troppo echeggiano come vetuste prescrizioni morali (fatica, sacrificio, per-dono, rinuncia, etc.), non perché necessariamente lo siano, ma perché (per citare le più eclatanti) storicamente monopolizzate da dottrine religiose in via di secolarizzazione e contemporaneamente osteggiate da divergenti dettami socio-culturali dove, invece, hanno la meglio posizioni edoniste e individualiste.

Come abbiamo più volte accennato in questo blog, è a partire da queste condizioni uniche nella storia dell'umano (e a cui non siamo preparati), che si impone la necessità di aprire una riflessione attorno alla nascita di una pedagogia dell’amore di coppia capace di focalizzarsi sulle dinamiche evolutive di questa fondamentale e nutritiva relazione, conquistando una posizione laica e il più possibile aideologica, proponendo modelli ecologici multiesperienziali e muldisciplinari che sappiano introdurre un’educazione all'amore coniugale capace di farcene comprendere le dinamiche e le potenzialità e, al contempo, capace di ridurre i rischi dello smarrimento e della dissipazione, senza per questo abbracciare posizioni antidivorziste, ma elevando l'amore alla sua massima potenza: quando intreccia nei suoi legami due storie differenti e le unisce, legandole e liberandole per sempre, accada quel che accada, divorzio compreso.

Li-miti dell'Amore: il Mito della Libertà

Fa più o meno coppia gregaria ai diversi li-miti dell'amore sin qui osservati ("Il mito dell'indipendenza" e "Il mito della con-fusione") con i loro relativi correlati ("A guardia della tua solitudine", "Amore toglimento di morte" e "Pro-gettare l'Amore") il mito della libertà.

Si tratta di un mito che si fonda su due opposte configurazioni, che esprimono, entrambe, un'inadeguata concezione della libertà e del suo spirito salvifico.

Da una parte abbiamo coloro che, nonostante le larghe maglie delle libertà individuali conquistate negli ultimi decenni, approdano ancora oggi al matrimonio o alla convivenza più per la necessità di evadere dalle briglie di famiglie d'origine vissute come stringenti e castranti, che non sul desiderio ponderato di vivere con l’Altro.

Fa più o meno coppia gregaria ai diversi li-miti dell'amore sin qui osservati ("Il mito dell'indipendenza" e "Il mito della con-fusione") con i loro relativi correlati ("A guardia della tua solitudine", "Amore toglimento di morte" e "Pro-gettare l'Amore") il mito della libertà.

Si tratta di un mito che si fonda su due opposte configurazioni, che esprimono, entrambe, un'inadeguata concezione della libertà e del suo spirito salvifico.

Da una parte abbiamo coloro che, nonostante le larghe maglie delle libertà individuali conquistate negli ultimi decenni, approdano ancora oggi al matrimonio o alla convivenza più per la necessità di evadere dalle briglie di famiglie d'origine vissute come stringenti e castranti, che non sul desiderio ponderato di vivere con l’Altro.

L'Amore Libera

Mai come in questo giorno dedicato alla liberazione (25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo, per gli immemori) credo sia opportuno parlare d'amore, questo amore che pervade l'umano e, nel bene e nel male, propriamente e impropriamente, tutti cerchiamo per liberarci dalla nostra solitudine o, come meglio credo, per liberare la nostra solitudine -ma di questa (apparente) sottile differenza avremo modo di parlare ancora nei prossimi post.

Forse perché essere liberi davvero non ci basta o, forse perché non abbiamo ancora ben capito cosa sia questa libertà che cerchiamo e spesso, troppo spesso, soprattutto in questo nostro tempo, la confondiamo con una libertà assoluta (ab soluta) sciolta da tutto, svincolata da tutto, che è libertà perché non tiene conto di niente e di nessuno.

Ma non è questa la libertà che l'amore di coppia (ma forse l'amore tra umani in genere) può promettere e dare, poiché amore è sostanzialmente relazione, incontro, unione di due, attrazione tra distanze: una danza che si fa diversa, proprio perché non son più solo a ballare.

E allora diventa fondamentale stare attenti a non schiacciare i piedi dell'Altro, lasciare quello spazio adeguato affinché le sue gambe possano girare all'unisono con le mie e volere/lottare perché lui/lei faccia lo stesso, cercando al contempo un'armonia di passi che sappiano sentire il medesimo ritmo incalzante, la stessa suadente melodia e sarà fatica, sforzo, sacrificio, allenamento (tanto allenamento) affinché quel fluire possa rendere la danza un piacere, un godere e, soprattutto, una scoperta, perché quei piedi che roteano, uguali e distinti al contempo, hanno, nel loro danzare, una magia che i miei piedi non hanno, che i tuoi piedi non hanno e ci trascinano, se la danza è vera, in un posto dove né io né te da soli saremmo mai andati.

Questo luogo è la libertà che l'amore ci può regalare e per questo luogo, come ci racconta Miguel Hernández nella bellissima poesia qui interpretata da Manuel Serrat ("Miguel Hernández", 1972), dobbiamo lottare sia quando siamo imprigionati in un amore che non ci ama, sia quando, ben peggio, siamo imprigionati nel giogo di una dittatura che ci impedisce di amare.

Per la libertà sanguino, lotto, rivivo. / Per la libertà, i miei occhi e le mie mani, / come un albero carnale generoso e rinchiuso / dono ad ogni domani. / Per la libertà sento molti più cuori / che arene nel mio petto: dan spuma le mie vene, / e dentro agli ospedali, e dentro ai loro odori / come tra le amarene. / Perché dove due occhi senza più luce albeggiano, / lei metterà due pietre di futura mirata / farà che nuove braccia e nuove gambe crescano / nella carne amputata. / Germoglieranno alate di linfa verde foglia / reliquie del mio corpo che perdo a ogni ferita. / Perché son come un albero tagliato, che germoglia: / e ancor tengo la vita.
Mai come in questo giorno dedicato alla liberazione (25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo, per gli immemori) credo sia opportuno parlare d'amore, questo amore che pervade l'umano e, nel bene e nel male, propriamente e impropriamente, tutti cerchiamo per liberarci dalla nostra solitudine o, come meglio credo, per liberare la nostra solitudine -ma di questa (apparente) sottile differenza avremo modo di parlare ancora nei prossimi post.

Forse perché essere liberi davvero non ci basta o, forse perché non abbiamo ancora ben capito cosa sia questa libertà che cerchiamo e spesso, troppo spesso, soprattutto in questo nostro tempo, la confondiamo con una libertà assoluta (ab soluta) sciolta da tutto, svincolata da tutto, che è libertà perché non tiene conto di niente e di nessuno.

Ma non è questa la libertà che l'amore di coppia (ma forse l'amore tra umani in genere) può promettere e dare, poiché amore è sostanzialmente relazione, incontro, unione di due, attrazione tra distanze: una danza che si fa diversa, proprio perché non son più solo a ballare.

E allora diventa fondamentale stare attenti a non schiacciare i piedi dell'Altro, lasciare quello spazio adeguato affinché le sue gambe possano girare all'unisono con le mie e volere/lottare perché lui/lei faccia lo stesso, cercando al contempo un'armonia di passi che sappiano sentire il medesimo ritmo incalzante, la stessa suadente melodia e sarà fatica, sforzo, sacrificio, allenamento (tanto allenamento) affinché quel fluire possa rendere la danza un piacere, un godere e, soprattutto, una scoperta, perché quei piedi che roteano, uguali e distinti al contempo, hanno, nel loro danzare, una magia che i miei piedi non hanno, che i tuoi piedi non hanno e ci trascinano, se la danza è vera, in un posto dove né io né te da soli saremmo mai andati.

Questo luogo è la libertà che l'amore ci può regalare e per questo luogo, come ci racconta Miguel Hernández nella bellissima poesia qui interpretata da Manuel Serrat ("Miguel Hernández", 1972), dobbiamo lottare sia quando siamo imprigionati in un amore che non ci ama, sia quando, ben peggio, siamo imprigionati nel giogo di una dittatura che ci impedisce di amare.

Per la libertà sanguino, lotto, rivivo. / Per la libertà, i miei occhi e le mie mani, / come un albero carnale generoso e rinchiuso / dono ad ogni domani. / Per la libertà sento molti più cuori / che arene nel mio petto: dan spuma le mie vene, / e dentro agli ospedali, e dentro ai loro odori / come tra le amarene. / Perché dove due occhi senza più luce albeggiano, / lei metterà due pietre di futura mirata / farà che nuove braccia e nuove gambe crescano / nella carne amputata. / Germoglieranno alate di linfa verde foglia / reliquie del mio corpo che perdo a ogni ferita. / Perché son come un albero tagliato, che germoglia: / e ancor tengo la vita.
 
amoreCiao Copyright © 2012 by Massimo Silvano Galli