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L'Amore è tradimento

Se, come affermavano nel nostro ultimo post ("L'amore non esiste"), nessuno ama davvero l'Altro, ma ognuno ama ciò che ha creato con la materia che è l'Altro, inseguendo il desiderio di supplire ad una sua mancanza, allora amare è, anzitutto, tradire. Ma non nel senso di intrattenersi intimamente con qualcuno diverso da colui che amiamo, bensì tradire l’Altro nel senso di tradurlo, attraverso la nostra ri-creazione, in qualcosa che non era prima di incontrarci e con cui colui che amiamo è chiamato a confrontarsi: disconoscendosi o accettando la sfida evolutiva di ri-conoscersi, di conoscersi nuovamente attraverso il nostro sguardo traditore e creatore, per divenire altro da sé. Ma non solo.

Proprio perché materia viva di un atto immaginifico, l'amore con cui creiamo l'Altro è il luogo del tradimento per eccellenza, anzitutto di noi stessi, perché lì, più che altrove, riponiamo tutte le nostre più intime e fantasiose, inconsce, aspettative (spesso a dispetto di qualsiasi concretezza reale) che inevitabilmente saranno in qualche modo tradite, perché l'Altro che vorremmo non esiste… mai!

L’Altro che vorremmo è sempre e solo una nostra proiezione con cui siamo chiamati, giorno dopo giorno, a mediare, a rimediare.

L'amore è, cioè, il luogo in cui, almeno per un certo periodo e fino a numerose prove contrarie, siamo disposti a credere profondamente nell'Altro e ad arrabattarci con lui per concretare la profezia del “vissero felici e contenti” e, per questo, è luogo carico di simboli, di rappresentazioni, di creazioni, di magiche e bellissime illusioni, in una parola di "artifici".

Se così non fosse, se dovessimo estrarre quella cosa che chiamiamo amore dalla sua intima essenza artificiale pregna di simboli dalle ridondanze polisemiche, probabilmente quella cosa che chiamiamo amore davvero non esisterebbe, poiché la sua natura si manifesta proprio nella simulazione: della poesia, dell'arte, della letteratura, nella finzione dell'immaginario che è propria dell'umano (anche quando non sa di esercitarla), mentre fuori da queste metafisiche mura non lascia che la sua bruta riproduttività meccanicistica.

Ci innamoriamo dell'Altro perché in lui e di lui facciamo la nostra più sublime opera in cui incarnare, consapevolmente o meno, tutto ciò che a noi manca. E tanto più saremo abili pittori, poeti, scultori, narratori, tanto più il nostro amore si farà operoso e reggerà al tempo e alle intemperie. Vale a dire che, quanto più saremo abili a inventarci l'Altro, e quanto più l'Altro sarà disposto a farsi inventare, indossando la maschera che per lui abbiamo preparato, tanto più il nostro amore avrà la forza di rigenerarsi, inventandosi, giorno dopo giorno, la bella e artificiosa favola del vissero felici e contenti.

Oggi, più che mai, perduti tutti i vincoli sociali e culturali che costringevano l'amore a tenere le briglie, gli amanti devono imparare a galoppare tra le terzine dei versi poetici, tra i segni dei pennelli che animano la tela, tra i colpi di scalpello che danno vita alla pietra. Lì, tra quei versi, dietro quei segni, sotto quei colpi, nascerà e rinascerà ogni giorno il loro amore.

Se, come affermavano nel nostro ultimo post ("L'amore non esiste"), nessuno ama davvero l'Altro, ma ognuno ama ciò che ha creato con la materia che è l'Altro, inseguendo il desiderio di supplire ad una sua mancanza, allora amare è, anzitutto, tradire. Ma non nel senso di intrattenersi intimamente con qualcuno diverso da colui che amiamo, bensì tradire l’Altro nel senso di tradurlo, attraverso la nostra ri-creazione, in qualcosa che non era prima di incontrarci e con cui colui che amiamo è chiamato a confrontarsi: disconoscendosi o accettando la sfida evolutiva di ri-conoscersi, di conoscersi nuovamente attraverso il nostro sguardo traditore e creatore, per divenire altro da sé. Ma non solo.

Proprio perché materia viva di un atto immaginifico, l'amore con cui creiamo l'Altro è il luogo del tradimento per eccellenza, anzitutto di noi stessi, perché lì, più che altrove, riponiamo tutte le nostre più intime e fantasiose, inconsce, aspettative (spesso a dispetto di qualsiasi concretezza reale) che inevitabilmente saranno in qualche modo tradite, perché l'Altro che vorremmo non esiste… mai!

L’Altro che vorremmo è sempre e solo una nostra proiezione con cui siamo chiamati, giorno dopo giorno, a mediare, a rimediare.

L'amore è, cioè, il luogo in cui, almeno per un certo periodo e fino a numerose prove contrarie, siamo disposti a credere profondamente nell'Altro e ad arrabattarci con lui per concretare la profezia del “vissero felici e contenti” e, per questo, è luogo carico di simboli, di rappresentazioni, di creazioni, di magiche e bellissime illusioni, in una parola di "artifici".

Se così non fosse, se dovessimo estrarre quella cosa che chiamiamo amore dalla sua intima essenza artificiale pregna di simboli dalle ridondanze polisemiche, probabilmente quella cosa che chiamiamo amore davvero non esisterebbe, poiché la sua natura si manifesta proprio nella simulazione: della poesia, dell'arte, della letteratura, nella finzione dell'immaginario che è propria dell'umano (anche quando non sa di esercitarla), mentre fuori da queste metafisiche mura non lascia che la sua bruta riproduttività meccanicistica.

Ci innamoriamo dell'Altro perché in lui e di lui facciamo la nostra più sublime opera in cui incarnare, consapevolmente o meno, tutto ciò che a noi manca. E tanto più saremo abili pittori, poeti, scultori, narratori, tanto più il nostro amore si farà operoso e reggerà al tempo e alle intemperie. Vale a dire che, quanto più saremo abili a inventarci l'Altro, e quanto più l'Altro sarà disposto a farsi inventare, indossando la maschera che per lui abbiamo preparato, tanto più il nostro amore avrà la forza di rigenerarsi, inventandosi, giorno dopo giorno, la bella e artificiosa favola del vissero felici e contenti.

Oggi, più che mai, perduti tutti i vincoli sociali e culturali che costringevano l'amore a tenere le briglie, gli amanti devono imparare a galoppare tra le terzine dei versi poetici, tra i segni dei pennelli che animano la tela, tra i colpi di scalpello che danno vita alla pietra. Lì, tra quei versi, dietro quei segni, sotto quei colpi, nascerà e rinascerà ogni giorno il loro amore.

Il peggio di me

L'idea di una vita di coppia, di un amore condiviso giorno per giorno, che sia tutta, come si usa dire (e sperare): "rose e fiori" è, come abbiamo cercato di descrivere nel post precedente, un'idea non solo fuorviante ma anche compromettente l'amore stesso e le sue possibili spinte rivoluzionarie, quelle spinte che ci obbligano ad un continuo ri-conoscimento, che ci mettono, cioè, nella possibilità (che proprio nell'incontro con l'Altro-diverso-da-me diviene feconda) di ri-conoscermi continuamente; una possibilità che coincide più con l'immagine del labirinto (coi suoi inciampi, le sue strade sbarrate, il suo smarrirsi e ritrovarsi, i suoi Minotauri da affrontare e sconfiggere) che non con quella della prateria sconfinata dove galoppare liberi da qualsivoglia impedimento.

C’è, in questo senso, una sequenza del film “Vi presento Joe Black” ("Meet Joe Black" regia di Martin Brest, USA 1998), remake del meno noto “La morte va in vacanza” (“Death Takes a Holiday”, regia di Mitchell Leisen, USA 1934) che vale quanto una seduta terapeutica. Vi si vede il bel Brad Pitt (interpreta la morte che, scesa sulla terra per prelevare un’anima, inciampa, suo malgrado, in una donna e se ne innamora) che, desideroso di conoscere le dinamiche dell’amore, chiede consiglio ad un amico mortale.

“Tu ami Elison, vero?” chiede la morte all’amico.
“Sì, è vero,” risponde quello.
“Ma Elison ti ama?” prosegue l’interrogatorio.
L’amico fa un cenno d'assenso col campo.
“E come fai a saperlo?” chiede la morte.
C’è un attimo di silenzio, l’uomo guarda la morte negli occhi e poi dice sereno:
“Perché conosce la parte peggiore di me e le sta bene.”.

Conosce la parte peggiore di me e le sta bene…

Quanti innamorati potrebbero dire lo stesso? Conosciamo davvero l’Altro anzi, meglio: siamo davvero disposti a conoscerlo, cioè ad aiutarlo a conoscersi, a ri-conoscersi, fino a fare emergere la sua parte peggiore, l’ombra junghiana che tutti ci pervade, per poi soccorrerlo nel contenerla, nel governarla, nel riattraversarla creativamente e costruttivamente?

Perché l’amore, forse, è proprio questa cosa: confessare all'Altro ciò che non siamo capaci di dire nemmeno a noi stessi, confessare la nostra più profonda solitudine, e, attraverso il suo accoglimento, imparare insieme non solo chi siamo davvero, ma anche, e forse soprattutto, chi potremmo essere; affinché poi, come conclude l’amico mortale spiegando alla morte il senso delle sue parole: “[…] Si è liberi, liberi di amarsi l’un l’altro totalmente, completamente… solo: senza paura.”.

Come sembra cozzare questa definizione dell’amore col "tutto rose e fiori" che, invece, troppo spesso, ci fanno credere, suggestionandoci coi vari (li)miti dell'amore: il mito della libertà che solletica il contemporaneo parossismo individualista, il mito dall'indipendenza che ci protegge dalla paura dell’Altro e ci fa stare tanto guardinghi da diventare sterili, ognuno stretto (e costretto) alle proprie piccole sicurezze, ma anche il mito della con-fusione che ospita la nostra incapacità di configgere senza sconfiggere...

“Pietà per coloro che si sposano per essere felici. Pietà per coloro che, per disgrazia, saranno troppo a lungo contenti di quella felicità anodina che si è loro augurata nel giorno delle nozze -troppo a lungo amanti dell'amore inoffensivo delle lune di miele! Pietà per coloro che saranno troppo a lungo fotogenici e presentabili come il giorno delle nozze! Sono fredde le gabbie di vetro, quando la luce delle vetrine si spegne! Il matrimonio ha per noi altre ambizioni. Il matrimonio non ci vuole presentabili, ci vuole vivi! -e ci farà perdere la faccia fino a che, sotto le nostre maschere, appariranno i nostri veri volti" (Christiane Singer, “Elogio del matrimonio, del vincolo e altre follie").

Quante coppie sono passate, passano e -ahinoi- passeranno negli studi dei terapeuti dell'amore: uomini e donne che non si sono disposti a perdere la faccia per regalare il loro vero volto a coloro che amano (come auguravamo alla coppia di amici nel post "Ti amerò per sempre in ogni per adesso") o, al contrario, perché, regalando il loro vero volto, non sono stati accolti e hanno invece trovato nell'Altro la paura e la fuga, il disimpegno, anziché il coraggio dell'accoglimento.

Vivere con l'Altro è una sfida, tanto più ardua quanto più i nostri confini relazionali si fanno prossimi e contigui. Una sfida che consta, anzitutto, nel mettere in discussione i nostri modi di pensare, di vedere e di immaginare condividendoli con l'Altro e, disposti, per l'Altro, a mutarli in un reciproco scambio di energie alteranti in cui giace la potenza di questo sentimento, ma anche la sua tragedia quando, invece di accogliere la forza contaminante dell'Altro, ci opponiamo ad essa avvertendone, anziché la bellezza, il pericolo.
L'idea di una vita di coppia, di un amore condiviso giorno per giorno, che sia tutta, come si usa dire (e sperare): "rose e fiori" è, come abbiamo cercato di descrivere nel post precedente, un'idea non solo fuorviante ma anche compromettente l'amore stesso e le sue possibili spinte rivoluzionarie, quelle spinte che ci obbligano ad un continuo ri-conoscimento, che ci mettono, cioè, nella possibilità (che proprio nell'incontro con l'Altro-diverso-da-me diviene feconda) di ri-conoscermi continuamente; una possibilità che coincide più con l'immagine del labirinto (coi suoi inciampi, le sue strade sbarrate, il suo smarrirsi e ritrovarsi, i suoi Minotauri da affrontare e sconfiggere) che non con quella della prateria sconfinata dove galoppare liberi da qualsivoglia impedimento.

C’è, in questo senso, una sequenza del film “Vi presento Joe Black” ("Meet Joe Black" regia di Martin Brest, USA 1998), remake del meno noto “La morte va in vacanza” (“Death Takes a Holiday”, regia di Mitchell Leisen, USA 1934) che vale quanto una seduta terapeutica. Vi si vede il bel Brad Pitt (interpreta la morte che, scesa sulla terra per prelevare un’anima, inciampa, suo malgrado, in una donna e se ne innamora) che, desideroso di conoscere le dinamiche dell’amore, chiede consiglio ad un amico mortale.

“Tu ami Elison, vero?” chiede la morte all’amico.
“Sì, è vero,” risponde quello.
“Ma Elison ti ama?” prosegue l’interrogatorio.
L’amico fa un cenno d'assenso col campo.
“E come fai a saperlo?” chiede la morte.
C’è un attimo di silenzio, l’uomo guarda la morte negli occhi e poi dice sereno:
“Perché conosce la parte peggiore di me e le sta bene.”.

Conosce la parte peggiore di me e le sta bene…

Quanti innamorati potrebbero dire lo stesso? Conosciamo davvero l’Altro anzi, meglio: siamo davvero disposti a conoscerlo, cioè ad aiutarlo a conoscersi, a ri-conoscersi, fino a fare emergere la sua parte peggiore, l’ombra junghiana che tutti ci pervade, per poi soccorrerlo nel contenerla, nel governarla, nel riattraversarla creativamente e costruttivamente?

Perché l’amore, forse, è proprio questa cosa: confessare all'Altro ciò che non siamo capaci di dire nemmeno a noi stessi, confessare la nostra più profonda solitudine, e, attraverso il suo accoglimento, imparare insieme non solo chi siamo davvero, ma anche, e forse soprattutto, chi potremmo essere; affinché poi, come conclude l’amico mortale spiegando alla morte il senso delle sue parole: “[…] Si è liberi, liberi di amarsi l’un l’altro totalmente, completamente… solo: senza paura.”.

Come sembra cozzare questa definizione dell’amore col "tutto rose e fiori" che, invece, troppo spesso, ci fanno credere, suggestionandoci coi vari (li)miti dell'amore: il mito della libertà che solletica il contemporaneo parossismo individualista, il mito dall'indipendenza che ci protegge dalla paura dell’Altro e ci fa stare tanto guardinghi da diventare sterili, ognuno stretto (e costretto) alle proprie piccole sicurezze, ma anche il mito della con-fusione che ospita la nostra incapacità di configgere senza sconfiggere...

“Pietà per coloro che si sposano per essere felici. Pietà per coloro che, per disgrazia, saranno troppo a lungo contenti di quella felicità anodina che si è loro augurata nel giorno delle nozze -troppo a lungo amanti dell'amore inoffensivo delle lune di miele! Pietà per coloro che saranno troppo a lungo fotogenici e presentabili come il giorno delle nozze! Sono fredde le gabbie di vetro, quando la luce delle vetrine si spegne! Il matrimonio ha per noi altre ambizioni. Il matrimonio non ci vuole presentabili, ci vuole vivi! -e ci farà perdere la faccia fino a che, sotto le nostre maschere, appariranno i nostri veri volti" (Christiane Singer, “Elogio del matrimonio, del vincolo e altre follie").

Quante coppie sono passate, passano e -ahinoi- passeranno negli studi dei terapeuti dell'amore: uomini e donne che non si sono disposti a perdere la faccia per regalare il loro vero volto a coloro che amano (come auguravamo alla coppia di amici nel post "Ti amerò per sempre in ogni per adesso") o, al contrario, perché, regalando il loro vero volto, non sono stati accolti e hanno invece trovato nell'Altro la paura e la fuga, il disimpegno, anziché il coraggio dell'accoglimento.

Vivere con l'Altro è una sfida, tanto più ardua quanto più i nostri confini relazionali si fanno prossimi e contigui. Una sfida che consta, anzitutto, nel mettere in discussione i nostri modi di pensare, di vedere e di immaginare condividendoli con l'Altro e, disposti, per l'Altro, a mutarli in un reciproco scambio di energie alteranti in cui giace la potenza di questo sentimento, ma anche la sua tragedia quando, invece di accogliere la forza contaminante dell'Altro, ci opponiamo ad essa avvertendone, anziché la bellezza, il pericolo.

Li-miti dell'Amore: il Mito della (con)-fusione

Sulla sponda apparentemente opposta della mitologia che abbiamo cercato di descrivere nel post "Il mito dell'indipendenza" sembra permanere un atteggiamento più vetusto, una tempo tanto più frequente, soprattutto tra le donne che ne erano, in diversi modi, soggiogate, ma che, anche oggi, non è meno ricorrente e, certamente, non meno fallimentare, tanto da aver compromesso fortemente anche il genere maschile.

Si tratta del tentativo di sagomarsi ai desiderata dell’Altro, fino a diventare come presumiamo che l’Altro ci vuole.
Sulla sponda apparentemente opposta della mitologia che abbiamo cercato di descrivere nel post "Il mito dell'indipendenza" sembra permanere un atteggiamento più vetusto, una tempo tanto più frequente, soprattutto tra le donne che ne erano, in diversi modi, soggiogate, ma che, anche oggi, non è meno ricorrente e, certamente, non meno fallimentare, tanto da aver compromesso fortemente anche il genere maschile.

Si tratta del tentativo di sagomarsi ai desiderata dell’Altro, fino a diventare come presumiamo che l’Altro ci vuole.

Li-miti dell'Amore: il Mito dell'indipendenza


Tra i vari li-miti dell'amore contemporaneo, che nel post precedente abbiamo cercato di confinare descrivendone il senso e la provenienza, uno di quelli che maggiormente minano le coppie odierne è, a mio avviso, quello dell’indipendenza o, meglio, di una indipendenza male educata che, cioè, ha smarrito quell'equilibrio instabile su cui si regge la sua costruttiva configurazione, quell'equilibrio che si giostra tra autonomia e dipendenza e prende il nome di “interdipendenza”, condizione in cui entrambe le parti in gioco si dimostrano capaci di vivere, con benessere, i momenti di separazione riconoscendo i bisogni dell’Altro e operando in funzione del ricongiungimento.

Oggi, invece, il concetto di indipendenza nella coppia è spesso confuso con la volontà di essere e fare ciò che si vuole, anziché con la voglia di condividersi con l’Altro intrecciando con lui le proprie esperienze. Allo stesso tempo, lavorano in questo senso anche fantasmi più mefistofelici (di cui non mancheremo di occuparci nei prossimi post) dove la dipendenza dall’Altro è associata con l’annullamento nell’Altro.


Tra i vari li-miti dell'amore contemporaneo, che nel post precedente abbiamo cercato di confinare descrivendone il senso e la provenienza, uno di quelli che maggiormente minano le coppie odierne è, a mio avviso, quello dell’indipendenza o, meglio, di una indipendenza male educata che, cioè, ha smarrito quell'equilibrio instabile su cui si regge la sua costruttiva configurazione, quell'equilibrio che si giostra tra autonomia e dipendenza e prende il nome di “interdipendenza”, condizione in cui entrambe le parti in gioco si dimostrano capaci di vivere, con benessere, i momenti di separazione riconoscendo i bisogni dell’Altro e operando in funzione del ricongiungimento.

Oggi, invece, il concetto di indipendenza nella coppia è spesso confuso con la volontà di essere e fare ciò che si vuole, anziché con la voglia di condividersi con l’Altro intrecciando con lui le proprie esperienze. Allo stesso tempo, lavorano in questo senso anche fantasmi più mefistofelici (di cui non mancheremo di occuparci nei prossimi post) dove la dipendenza dall’Altro è associata con l’annullamento nell’Altro.

Miti e li-miti dell'amore contemporaneo


Nel post "Perdere se stessi" abbiamo ragionato attorno a quella dimensione energetica, generativa e rigenerativa dell'amore che si configura nella ricerca dell'Altro non (come spesso sembra suggerirci il luogo comune) quale catalizzatore di sicurezze, specchio in cui riflettere la mia identità come io la credo e la esercito, affinché l'immagine che ho di me ne venga confermata, ma -paradossalmente- come labirinto in cui smarrirsi, stimolo all'incontro con tutto ciò che, diverso da me, in potenza o in latenza, comunque mi abita, fosse solo perché l'incontro con l'Altro l'ha fecondato.


Nel post "Perdere se stessi" abbiamo ragionato attorno a quella dimensione energetica, generativa e rigenerativa dell'amore che si configura nella ricerca dell'Altro non (come spesso sembra suggerirci il luogo comune) quale catalizzatore di sicurezze, specchio in cui riflettere la mia identità come io la credo e la esercito, affinché l'immagine che ho di me ne venga confermata, ma -paradossalmente- come labirinto in cui smarrirsi, stimolo all'incontro con tutto ciò che, diverso da me, in potenza o in latenza, comunque mi abita, fosse solo perché l'incontro con l'Altro l'ha fecondato.

La forza dell'Amore


Dopo la parentesi sulla mediazione coniugale, presentata al World Mediation Forum di Valencia, torniamo alle riflessioni che avevamo abbandonate nel post "Il gioco dell'Amore: vincere entrambi".

Il primo passaggio per accedere a un sano e costruttivo rapporto di coppia capace di alimentarsi e crescere attraverso la benefica energia del conflitto ("L'amore non è bello se non è litigarello" diremmo, approfittando della coincisa saggezza millenaria dei proverbi), è quello di accettare che io non sono l'Altro, che l'Altro non deve diventare me, e che, invece, la nostra forza e bellezza sta proprio nel costruire, giorno dopo giorno, un qualcosa che da soli non potremmo mai fare: quel terzo che spesso confluisce nella carnalità di un figlio, ma che è (anzi: dovrebbe essere), soprattutto e prima di tutto, quello sguardo terzo che insieme possiamo posare sulle cose del mondo per raccontarcele in un modo unico che io e te da soli non potremmo mai dire, come io e te da soli non potremmo mai fare e, attraverso questo sguardo, com-prendere (accogliere in noi) qualcosa in più di me e di te e di ciò che ci circonda, camminando verso quella condizione, che alcuni chiamano "beatitudine", che dimora proprio nella comprensione.


Dopo la parentesi sulla mediazione coniugale, presentata al World Mediation Forum di Valencia, torniamo alle riflessioni che avevamo abbandonate nel post "Il gioco dell'Amore: vincere entrambi".

Il primo passaggio per accedere a un sano e costruttivo rapporto di coppia capace di alimentarsi e crescere attraverso la benefica energia del conflitto ("L'amore non è bello se non è litigarello" diremmo, approfittando della coincisa saggezza millenaria dei proverbi), è quello di accettare che io non sono l'Altro, che l'Altro non deve diventare me, e che, invece, la nostra forza e bellezza sta proprio nel costruire, giorno dopo giorno, un qualcosa che da soli non potremmo mai fare: quel terzo che spesso confluisce nella carnalità di un figlio, ma che è (anzi: dovrebbe essere), soprattutto e prima di tutto, quello sguardo terzo che insieme possiamo posare sulle cose del mondo per raccontarcele in un modo unico che io e te da soli non potremmo mai dire, come io e te da soli non potremmo mai fare e, attraverso questo sguardo, com-prendere (accogliere in noi) qualcosa in più di me e di te e di ciò che ci circonda, camminando verso quella condizione, che alcuni chiamano "beatitudine", che dimora proprio nella comprensione.

Ma tu, mi desideri?

Soddisfare il desiderio non promuove il desiderio, così possiamo riassumere il senso dei post dei gironi corsi. Gli innamorati dovrebbero dunque imparare a giocare su questo sottile filo sospeso tra soddisfazione, differimento e rilancio del desiderio, affinché la cosa desiderata sia sempre potenziale e promessa, a volte sfiorata, spesso toccata, ma mai, mai raggiunta per sempre.

Jacques Lacan chiama questa ipotetica felicità irraggiungibile, a cui il desiderio patologico invece tende, il «Godimento dell’Altro». È il godimento che il soggetto suppone nell'Altro  dove l’Altro è inteso come la struttura linguistica e culturale che ci attraversa e ci predetermina.

L’essere umano, dice Lacan, nasce, infatti, nel campo dell’Altro, ed è a questo Altro a cui, quell’animale ammalato di linguaggio che è l’uomo, rivolge, fin dai primi istanti di vita, un'unica incessante domanda, seppur mascherata sotto molteplici e diversissime spoglie: “Mi desideri?”.

Il desiderio, che dà energia e senso all'umano  nasce sempre nell'Altro  nel momento in cui questi mi riconosce, nel momento in cui mi fa sentire irripetibile e insostituibile. Per questo il bambino chiede all'Altro  celandolo dietro ogni domanda, di desiderarlo e glielo chiede nell'unico modo possibile: desiderando egli stesso il desiderio di lui che sta nell'Altro  Ma si tratta, ancora una volta, di un’illusione, di un desiderio destinato ad autoalimentarsi in una perenne ricerca di soddisfacimento che non andrà ad effetto. 

Perché questo desiderio di me che l’Altro dovrebbe covare e che io desidero scovare e fare mio, altro non è, evidentemente, che l’ennesima chimera di quella felicità assoluta dietro cui si cela il desiderio di morte cui accennavamo ("Educare al desiderio: amare a zig zag"). Non potrò mai raggiungerlo, solo supporlo, per permettergli, così, di continuare ad esistere (ricordate? abbiamo citato Kahlil Gibran qualche post fa: “Ogni uomo ama due donne: una l'ha creata dalla sua immaginazione, l'altra deve ancora nascere”).
Soddisfare il desiderio non promuove il desiderio, così possiamo riassumere il senso dei post dei gironi corsi. Gli innamorati dovrebbero dunque imparare a giocare su questo sottile filo sospeso tra soddisfazione, differimento e rilancio del desiderio, affinché la cosa desiderata sia sempre potenziale e promessa, a volte sfiorata, spesso toccata, ma mai, mai raggiunta per sempre.

Jacques Lacan chiama questa ipotetica felicità irraggiungibile, a cui il desiderio patologico invece tende, il «Godimento dell’Altro». È il godimento che il soggetto suppone nell'Altro  dove l’Altro è inteso come la struttura linguistica e culturale che ci attraversa e ci predetermina.

L’essere umano, dice Lacan, nasce, infatti, nel campo dell’Altro, ed è a questo Altro a cui, quell’animale ammalato di linguaggio che è l’uomo, rivolge, fin dai primi istanti di vita, un'unica incessante domanda, seppur mascherata sotto molteplici e diversissime spoglie: “Mi desideri?”.

Il desiderio, che dà energia e senso all'umano  nasce sempre nell'Altro  nel momento in cui questi mi riconosce, nel momento in cui mi fa sentire irripetibile e insostituibile. Per questo il bambino chiede all'Altro  celandolo dietro ogni domanda, di desiderarlo e glielo chiede nell'unico modo possibile: desiderando egli stesso il desiderio di lui che sta nell'Altro  Ma si tratta, ancora una volta, di un’illusione, di un desiderio destinato ad autoalimentarsi in una perenne ricerca di soddisfacimento che non andrà ad effetto. 

Perché questo desiderio di me che l’Altro dovrebbe covare e che io desidero scovare e fare mio, altro non è, evidentemente, che l’ennesima chimera di quella felicità assoluta dietro cui si cela il desiderio di morte cui accennavamo ("Educare al desiderio: amare a zig zag"). Non potrò mai raggiungerlo, solo supporlo, per permettergli, così, di continuare ad esistere (ricordate? abbiamo citato Kahlil Gibran qualche post fa: “Ogni uomo ama due donne: una l'ha creata dalla sua immaginazione, l'altra deve ancora nascere”).
 
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