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Primo: come amare?


La gran parte delle domande che accompagnano le crisi d'amore si riassume in due evocazioni: mi ama? Non mi ama? Tuttavia, basta sviscerarle solo un poco per comprendere che, dietro i due quesiti, si cela la più concreta necessità di essere amati in modo diverso da come in quel momento ci sentiamo amati.

Il problema, dunque, anche al di là delle piccole e grandi necessità di ogni coppia, non è mai amare o essere amati. La questione è, semmai, come amare, affinché questa forza miracolosa che è l'amore produca il più a lungo possibile i suoi effetti benefici e non venga invece intralciata da ostacoli che, più spesso di quanto si sappia o creda, nulla hanno a che fare con l'amore.

“Come amare” non risponde agli istinti riproduttivi della sopravvivenza della specie, ma a dettami culturali, che si differenziano di epoca in epoca e di territorio in territorio, di persona in persona.

 Amore in MediadoIl tema non è certo nuovo, probabilmente si pone da che esiste l'uomo, e ne sono testimonianza i milioni di romanzi, saggi, poemi e opere d’arte creati a tal proposito. Tuttavia, la mia esperienza con tante coppie finite nel cortocircuito della crisi, mi fa ritenere che mai come in questa nostra epoca la questione incalzi con una certa urgenza e per cause che non hanno necessariamente a che fare con l'amore.

Oggi, infatti, l'amore sembra attraversato da una condizione di crisi universale che sempre più prescinde dai palpiti del cuore ed è invece fortemente influenzato da una serie di cambiamenti sociali e culturali che, per quanto presentatisi come opportunità benefiche e evolutive, hanno invece finito per determinare una serie di difficoltà da cui, soprattutto le nuove coppie (ma non solo) faticano ad evadere, subendone conseguenze negative e, a volte, anche nefaste.

Sia per quel che concerne il discorso più generico sull'Amore, che per quel che riguarda le sue ricadute pratiche nella vita di ogni giorno, è di fondamentale importanza, allora, osservare come si è trasformato questo bellissimo gioco che da sempre coinvolge e spesso stravolge la nostra specie, unici tra gli animali ad aver tanto sofisticato il processo che volge alla nostra riproduzione da prevedere persino la possibilità di non riprodursi.

Proveremo ad approfondire nei prossimi articoli.


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La gran parte delle domande che accompagnano le crisi d'amore si riassume in due evocazioni: mi ama? Non mi ama? Tuttavia, basta sviscerarle solo un poco per comprendere che, dietro i due quesiti, si cela la più concreta necessità di essere amati in modo diverso da come in quel momento ci sentiamo amati.

Il problema, dunque, anche al di là delle piccole e grandi necessità di ogni coppia, non è mai amare o essere amati. La questione è, semmai, come amare, affinché questa forza miracolosa che è l'amore produca il più a lungo possibile i suoi effetti benefici e non venga invece intralciata da ostacoli che, più spesso di quanto si sappia o creda, nulla hanno a che fare con l'amore.

“Come amare” non risponde agli istinti riproduttivi della sopravvivenza della specie, ma a dettami culturali, che si differenziano di epoca in epoca e di territorio in territorio, di persona in persona.

 Amore in MediadoIl tema non è certo nuovo, probabilmente si pone da che esiste l'uomo, e ne sono testimonianza i milioni di romanzi, saggi, poemi e opere d’arte creati a tal proposito. Tuttavia, la mia esperienza con tante coppie finite nel cortocircuito della crisi, mi fa ritenere che mai come in questa nostra epoca la questione incalzi con una certa urgenza e per cause che non hanno necessariamente a che fare con l'amore.

Oggi, infatti, l'amore sembra attraversato da una condizione di crisi universale che sempre più prescinde dai palpiti del cuore ed è invece fortemente influenzato da una serie di cambiamenti sociali e culturali che, per quanto presentatisi come opportunità benefiche e evolutive, hanno invece finito per determinare una serie di difficoltà da cui, soprattutto le nuove coppie (ma non solo) faticano ad evadere, subendone conseguenze negative e, a volte, anche nefaste.

Sia per quel che concerne il discorso più generico sull'Amore, che per quel che riguarda le sue ricadute pratiche nella vita di ogni giorno, è di fondamentale importanza, allora, osservare come si è trasformato questo bellissimo gioco che da sempre coinvolge e spesso stravolge la nostra specie, unici tra gli animali ad aver tanto sofisticato il processo che volge alla nostra riproduzione da prevedere persino la possibilità di non riprodursi.

Proveremo ad approfondire nei prossimi articoli.


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La giusta distanza

Arthur Schopenhauer, nel suo “Parerga e paralipomena”, racconta la famosa storiella di due porcospini (ripresa successivamente anche da Freud) che s'incontrano in un giorno d'inverno. 

Fa molto freddo e i due, per evitare di morire assiderati, decidono di accoccolarsi l'uno accanto all'altro ma, appena ci provano, ecco che le spine che contornano i loro corpi entrano in azione producendo un così forte dolore da costringerli ad allontanarsi. Tuttavia, la notte incombe, il freddo aumenta e quel calore provato, pur per poco, pur immediatamente sviato dal dolore, è stato qualcosa di così piacevole... come mai avevano provato prima. Nuovamente, allora, tornano ognuno a cercare il calore dell'Altro ma, miodio, questa volta il dolore è così intenso, che i due fanno un balzo indietro, urlando.

Ora, la sofferenza è tale che i due dovrebbero desistere, eppure qualcosa inspiegabilmente ancora li attrae, come se capissero che, al di là del freddo che li ha fatti incontrare, c’è -in qualche modo- una gioia più profonda che dipende davvero dalla capacità di accettare il rischio di quel dolore per riprovare ancora il piacere di quel calore. 

 Amore in MediadoCosì, non demordono. Ci riprovano: ancora e ancora e, piano piano, con gli opportuni accorgimenti, trovano una distanza adeguata, la migliore, affinché dolore e piacere siano sufficientemente commisurati in una giusta dose di ben-essere .

Ecco una bella metafora del lavoro cui è chiamata ogni coppia d'amore: “trovare la giusta distanza affinché dolore e piacere siano sufficientemente commisurati in una giusta dose di ben-essere”, trovare la giusta distanza affinché il dolore che proviamo per ciò che la presenza dell'Altro di me sottrae o minaccia di sottrarre, sia adeguatamente ricompensato dal piacere e dal benessere che, invece, la sua presenza arreca.

Infatti, per quanto l'uomo sia un animale sociale che si desidera e si cerca (e non solo per riprodursi), avvicinarsi all'Altro fino al punto di vivere con lui sotto lo stesso tetto, non è mai cosa semplice, e oggi tanto più di ieri .

Vivere con l'Altro significa far sì che quel «noi» che si deve necessariamente generare affinché il singolo si trasformi in coppia, si accaparri almeno un pezzo di ognuno degli «io» in gioco e che, ugualmente, ogni «io» si doni (doni la sua «i» o la sua «o»), affinché la forma del «noi» possa compiersi.

Tuttavia, questa manovra, pur complessa, è solo metà dell'opera da realizzare per proteggersi dalla crisi. 

Infatti, mentre si costruisce il «noi», risulta altrettanto necessario che l'«io» di ognuno non scompaia, non finisca schiacciato dal quel «noi» senza più riconoscere chi è e cosa vuole, perdendo cioè quell'identità di cui l'Altro «io», quello del partner, si era innamorato.

Emerge così, che questa distanza da cercare è qualcosa che implica, al contempo, una vicinanza («noi») e una lontananza («io»), palesando quel carattere paradossale dell'amore che incontreremo ancora molte volte in questo nostro girovagare tra i suoi confini.


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Arthur Schopenhauer, nel suo “Parerga e paralipomena”, racconta la famosa storiella di due porcospini (ripresa successivamente anche da Freud) che s'incontrano in un giorno d'inverno. 

Fa molto freddo e i due, per evitare di morire assiderati, decidono di accoccolarsi l'uno accanto all'altro ma, appena ci provano, ecco che le spine che contornano i loro corpi entrano in azione producendo un così forte dolore da costringerli ad allontanarsi. Tuttavia, la notte incombe, il freddo aumenta e quel calore provato, pur per poco, pur immediatamente sviato dal dolore, è stato qualcosa di così piacevole... come mai avevano provato prima. Nuovamente, allora, tornano ognuno a cercare il calore dell'Altro ma, miodio, questa volta il dolore è così intenso, che i due fanno un balzo indietro, urlando.

Ora, la sofferenza è tale che i due dovrebbero desistere, eppure qualcosa inspiegabilmente ancora li attrae, come se capissero che, al di là del freddo che li ha fatti incontrare, c’è -in qualche modo- una gioia più profonda che dipende davvero dalla capacità di accettare il rischio di quel dolore per riprovare ancora il piacere di quel calore. 

 Amore in MediadoCosì, non demordono. Ci riprovano: ancora e ancora e, piano piano, con gli opportuni accorgimenti, trovano una distanza adeguata, la migliore, affinché dolore e piacere siano sufficientemente commisurati in una giusta dose di ben-essere .

Ecco una bella metafora del lavoro cui è chiamata ogni coppia d'amore: “trovare la giusta distanza affinché dolore e piacere siano sufficientemente commisurati in una giusta dose di ben-essere”, trovare la giusta distanza affinché il dolore che proviamo per ciò che la presenza dell'Altro di me sottrae o minaccia di sottrarre, sia adeguatamente ricompensato dal piacere e dal benessere che, invece, la sua presenza arreca.

Infatti, per quanto l'uomo sia un animale sociale che si desidera e si cerca (e non solo per riprodursi), avvicinarsi all'Altro fino al punto di vivere con lui sotto lo stesso tetto, non è mai cosa semplice, e oggi tanto più di ieri .

Vivere con l'Altro significa far sì che quel «noi» che si deve necessariamente generare affinché il singolo si trasformi in coppia, si accaparri almeno un pezzo di ognuno degli «io» in gioco e che, ugualmente, ogni «io» si doni (doni la sua «i» o la sua «o»), affinché la forma del «noi» possa compiersi.

Tuttavia, questa manovra, pur complessa, è solo metà dell'opera da realizzare per proteggersi dalla crisi. 

Infatti, mentre si costruisce il «noi», risulta altrettanto necessario che l'«io» di ognuno non scompaia, non finisca schiacciato dal quel «noi» senza più riconoscere chi è e cosa vuole, perdendo cioè quell'identità di cui l'Altro «io», quello del partner, si era innamorato.

Emerge così, che questa distanza da cercare è qualcosa che implica, al contempo, una vicinanza («noi») e una lontananza («io»), palesando quel carattere paradossale dell'amore che incontreremo ancora molte volte in questo nostro girovagare tra i suoi confini.


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Amore in Mediato: il libro

 "Amore in mediato"- store FeltrinelliIntervista a Massimo Silvano Galli in occasione dell'uscita del suo nuovo libro acquistalo nello Store Feltrinelli  o in formato E-book su Amazon.


* * *

"Ci innamoriamo di un punto lungo la lontana linea dell'orizzonte, qualcosa che luccica ed è come-me ma non-è-me e, per questo, mi attrae: perché mi somiglia, ma mai fino al punto da essere coincidente. Poi la lontananza si affievolisce, il punto luminoso si increspa di ombre: ci si avvicina, ci si conosce, si diventa intimi, a volte tanto intimi da non essere più capaci di giocare a quel meraviglioso gioco che un tempo era il ri-conoscersi, il conoscersi ogni giorno nuovamente. Si diventa scontati e si sconta il prezzo, altissimo, di non aver imparato a giocare al gioco dell'amore...".

Un viaggio nei territori dell'amore, attraverso le sue crisi e i suoi rimedi. Un volo panoramico tra esercizi e riflessioni per non separarsi prematuramente imparando a giocare al Gioco dell'Amore...

E' il nuovo libro di Massimo Silvano Galli, mediatore famigliare, educatore e love trainer che ha dedicato buona parte dell'ultimo decennio agli studi e ai rimedi sulle "cose dell'Amore", ideando numerose tecniche, strategie, strumenti, dispositivi operando con coppie e famiglie in situazione di crisi, per una casistica che ormai supera le migliaia. 

Intervistatore: "Da dove nasce questo nuovo libro?"

M.S.Galli: "Con 'Amore in Mediato' ho voluto dare continuità alle riflessioni e alle esperienze in parte raccolte in un libro di qualche anno fa: "L'Amore alla Fine dell'Amore" (Firera & Liuzzo Publisching, 2012), dove affrontavo il tema delle crisi d'amore che portano alla separazione e al divorzio e alla possibilità che queste siano gestite attraverso un percorso di mediazione familiare che non neghi l'utopia che un nuovo amore, un amore diverso, possa sorgere dalle ceneri del precedente, non per qualche beghina ideologia antidivorzista, ma affinché, scegliendo la strada del farsi del bene anziché quella del farsi del male, ogni soggetto coinvolto nel percorso di separazione possa aspirare al pieno e copioso accesso ad un benessere che veda presente e futuro come risorsa generativa e non come pretesto distruttivo, per sé e, soprattutto, per gli eventuali figli coinvolti.".

Int.: "Ma in questo nuovo lavoro non si parla di come affrontare la separazione, ma di come evitarla, o sbaglio?".

M.S.G.: "E' proprio così. L'esperienza clinica mi vede il più delle volte affrontare situazioni di  coppie confuse, in cui il pensiero delle separazione, per quanto presente, è uno tra i tanti, ma la cui volontà di fondo è, anzitutto, cercare di capire se il loro amore scheggiato, a volte davvero mal ridotto, si può riparare. Questo libro riassume queste esperienze e fornisce alcune importanti indicazioni non solo per riparare la crisi, ma anche per non giungervi.".

Int.: "Ma si può riparare un amore scheggiato o, come dice lei: mal ridotto?".

M.S.G.: "Credo sia proprio questo il punto nodale: L'esperienza mi dice che non solo si può, ma -anzitutto- si deve. E non perché sia contrario a divorzi o separazioni. Da qualche parte nel libro scrivo che, per quel che mi riguarda, ci si può separare al ritmo di un divorzio a settimana. Il problema non è, dunque, la valutazione morale delle separazioni, ma la loro sempre più frequente inopportunità. Le coppie che giungono nel mio studio vivono, magari da anni, una crisi che non ha a che fare con l'amore, ma con la loro perduta capacità di amare. Durante il lavoro in studio si osserva, dunque, spesso un errore di valutazione in cui le coppie credono finito un amore che, invece, va solo riparato.".

Int.: "Cosa significa: che non si smette di amare, ma si smette si essere capaci di amarsi?".

M.S.G.:  "Non per tutti, ovvio. L'amore è materia deperibile e anch'esso finisce, se non conservato con cura. Ma, spesso, sì: questa incapacità di conservarlo e di prendersene cura, è all'origine della sua crisi, soprattutto in questa nostra strana epoca dove l'amore è da più parti minacciato.".

Intervistatore; "Cosa intende con minacciato?".

M.S.G.:  "In questi anni di intervento sul campo ho potuto appurare una veloce e inesorabile trasformazione delle relazioni di coppia e delle crisi in cui incappano, un cambiamento culturale che ha mutato la classica affermazione: "Non ti amo più", che anticipava lo scioglimento delle relazione, nella nuova e confusa posizione del: "Non so più come amare". Confusione che sottende una condizione di crisi che sta a monte della crisi di coppia specifica, che riguarda convinzioni e modelli culturali cui la coppia partecipa minando la sua stabilità e che, se presi in anticipo, se osservati e curati preventivamente, spesso si può evitare che la crisi divenga definitiva.".

Int.: "Il suo libro ci può dunque insegnare come non smettere di amarsi?". .

M.S.G.: "Direi di sì; sicuramente ci può aiutare ad evitare tutti quegli errori che aumentano esponenzialmente la possibilità di fare emergere la crisi in questo contesto epocale che, a mio avviso, può davvero dirsi “dell'amore alla fine dell'amore”, denunciando cioè come l'amore, almeno per come lo conosciamo e pratichiamo, è arrivato al suo capolinea e necessita quindi di una riconfigurazione che ci aiuti meglio a comprendere cosa è diventato e come poterne adeguatamente fruire, senza rischiare che imploda o esploda.".

Int.: "E in tutto questo il gioco sembra essere una variabile determinante, come ci indica nel sottotitolo: giocare all'amore fa bene all'amore?". 

M.S.G.:  "Assolutamente sì. Per quanto ne sappiamo, siamo gli unici animali che hanno inventato un cosi sofisticato gioco per giungere a ciò che la natura vuole: la sopravvivenza delle specie -tanto che il gioco prevede, addirittura, di essere giocato senza accoppiarsi o senza prolificare. Questo gioco magnifico, attraversato da infinite variabili, ci invita, oggi più che mai, ad evadere dalla spontanea naturalezza con cui finora l'abbiamo vissuto, per accedere a quell'artificialità tipica del gioco in cui è fondamentale conoscerne le regole, le opzioni e gli imprevisti. Questo libro è il risultato di questi anni di lavoro in cui, alle riflessioni maturate, si affiancano indicazioni di merito e veri e propri "home work" per imparare a giocare al gioco dell'amore.".


* * *

Il nuovo libro di Massimo Silvano Galli è disponibile in tutte le Librerie Feltrinelli, oppure lo puoi acquistare su internet: nello Store Feltrinelli (clicca quio, per chi desiderasse il libro in formato E-book, lo trova su Amazon (clicca qui).


 "Amore in mediato"- store FeltrinelliIntervista a Massimo Silvano Galli in occasione dell'uscita del suo nuovo libro acquistalo nello Store Feltrinelli  o in formato E-book su Amazon.


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"Ci innamoriamo di un punto lungo la lontana linea dell'orizzonte, qualcosa che luccica ed è come-me ma non-è-me e, per questo, mi attrae: perché mi somiglia, ma mai fino al punto da essere coincidente. Poi la lontananza si affievolisce, il punto luminoso si increspa di ombre: ci si avvicina, ci si conosce, si diventa intimi, a volte tanto intimi da non essere più capaci di giocare a quel meraviglioso gioco che un tempo era il ri-conoscersi, il conoscersi ogni giorno nuovamente. Si diventa scontati e si sconta il prezzo, altissimo, di non aver imparato a giocare al gioco dell'amore...".

Un viaggio nei territori dell'amore, attraverso le sue crisi e i suoi rimedi. Un volo panoramico tra esercizi e riflessioni per non separarsi prematuramente imparando a giocare al Gioco dell'Amore...

E' il nuovo libro di Massimo Silvano Galli, mediatore famigliare, educatore e love trainer che ha dedicato buona parte dell'ultimo decennio agli studi e ai rimedi sulle "cose dell'Amore", ideando numerose tecniche, strategie, strumenti, dispositivi operando con coppie e famiglie in situazione di crisi, per una casistica che ormai supera le migliaia. 

Intervistatore: "Da dove nasce questo nuovo libro?"

M.S.Galli: "Con 'Amore in Mediato' ho voluto dare continuità alle riflessioni e alle esperienze in parte raccolte in un libro di qualche anno fa: "L'Amore alla Fine dell'Amore" (Firera & Liuzzo Publisching, 2012), dove affrontavo il tema delle crisi d'amore che portano alla separazione e al divorzio e alla possibilità che queste siano gestite attraverso un percorso di mediazione familiare che non neghi l'utopia che un nuovo amore, un amore diverso, possa sorgere dalle ceneri del precedente, non per qualche beghina ideologia antidivorzista, ma affinché, scegliendo la strada del farsi del bene anziché quella del farsi del male, ogni soggetto coinvolto nel percorso di separazione possa aspirare al pieno e copioso accesso ad un benessere che veda presente e futuro come risorsa generativa e non come pretesto distruttivo, per sé e, soprattutto, per gli eventuali figli coinvolti.".

Int.: "Ma in questo nuovo lavoro non si parla di come affrontare la separazione, ma di come evitarla, o sbaglio?".

M.S.G.: "E' proprio così. L'esperienza clinica mi vede il più delle volte affrontare situazioni di  coppie confuse, in cui il pensiero delle separazione, per quanto presente, è uno tra i tanti, ma la cui volontà di fondo è, anzitutto, cercare di capire se il loro amore scheggiato, a volte davvero mal ridotto, si può riparare. Questo libro riassume queste esperienze e fornisce alcune importanti indicazioni non solo per riparare la crisi, ma anche per non giungervi.".

Int.: "Ma si può riparare un amore scheggiato o, come dice lei: mal ridotto?".

M.S.G.: "Credo sia proprio questo il punto nodale: L'esperienza mi dice che non solo si può, ma -anzitutto- si deve. E non perché sia contrario a divorzi o separazioni. Da qualche parte nel libro scrivo che, per quel che mi riguarda, ci si può separare al ritmo di un divorzio a settimana. Il problema non è, dunque, la valutazione morale delle separazioni, ma la loro sempre più frequente inopportunità. Le coppie che giungono nel mio studio vivono, magari da anni, una crisi che non ha a che fare con l'amore, ma con la loro perduta capacità di amare. Durante il lavoro in studio si osserva, dunque, spesso un errore di valutazione in cui le coppie credono finito un amore che, invece, va solo riparato.".

Int.: "Cosa significa: che non si smette di amare, ma si smette si essere capaci di amarsi?".

M.S.G.:  "Non per tutti, ovvio. L'amore è materia deperibile e anch'esso finisce, se non conservato con cura. Ma, spesso, sì: questa incapacità di conservarlo e di prendersene cura, è all'origine della sua crisi, soprattutto in questa nostra strana epoca dove l'amore è da più parti minacciato.".

Intervistatore; "Cosa intende con minacciato?".

M.S.G.:  "In questi anni di intervento sul campo ho potuto appurare una veloce e inesorabile trasformazione delle relazioni di coppia e delle crisi in cui incappano, un cambiamento culturale che ha mutato la classica affermazione: "Non ti amo più", che anticipava lo scioglimento delle relazione, nella nuova e confusa posizione del: "Non so più come amare". Confusione che sottende una condizione di crisi che sta a monte della crisi di coppia specifica, che riguarda convinzioni e modelli culturali cui la coppia partecipa minando la sua stabilità e che, se presi in anticipo, se osservati e curati preventivamente, spesso si può evitare che la crisi divenga definitiva.".

Int.: "Il suo libro ci può dunque insegnare come non smettere di amarsi?". .

M.S.G.: "Direi di sì; sicuramente ci può aiutare ad evitare tutti quegli errori che aumentano esponenzialmente la possibilità di fare emergere la crisi in questo contesto epocale che, a mio avviso, può davvero dirsi “dell'amore alla fine dell'amore”, denunciando cioè come l'amore, almeno per come lo conosciamo e pratichiamo, è arrivato al suo capolinea e necessita quindi di una riconfigurazione che ci aiuti meglio a comprendere cosa è diventato e come poterne adeguatamente fruire, senza rischiare che imploda o esploda.".

Int.: "E in tutto questo il gioco sembra essere una variabile determinante, come ci indica nel sottotitolo: giocare all'amore fa bene all'amore?". 

M.S.G.:  "Assolutamente sì. Per quanto ne sappiamo, siamo gli unici animali che hanno inventato un cosi sofisticato gioco per giungere a ciò che la natura vuole: la sopravvivenza delle specie -tanto che il gioco prevede, addirittura, di essere giocato senza accoppiarsi o senza prolificare. Questo gioco magnifico, attraversato da infinite variabili, ci invita, oggi più che mai, ad evadere dalla spontanea naturalezza con cui finora l'abbiamo vissuto, per accedere a quell'artificialità tipica del gioco in cui è fondamentale conoscerne le regole, le opzioni e gli imprevisti. Questo libro è il risultato di questi anni di lavoro in cui, alle riflessioni maturate, si affiancano indicazioni di merito e veri e propri "home work" per imparare a giocare al gioco dell'amore.".


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Il nuovo libro di Massimo Silvano Galli è disponibile in tutte le Librerie Feltrinelli, oppure lo puoi acquistare su internet: nello Store Feltrinelli (clicca quio, per chi desiderasse il libro in formato E-book, lo trova su Amazon (clicca qui).


Il peggio di me

L'idea di una vita di coppia, di un amore condiviso giorno per giorno, che sia tutta, come si usa dire (e sperare): "rose e fiori" è, come abbiamo cercato di descrivere nel post precedente, un'idea non solo fuorviante ma anche compromettente l'amore stesso e le sue possibili spinte rivoluzionarie, quelle spinte che ci obbligano ad un continuo ri-conoscimento, che ci mettono, cioè, nella possibilità (che proprio nell'incontro con l'Altro-diverso-da-me diviene feconda) di ri-conoscermi continuamente; una possibilità che coincide più con l'immagine del labirinto (coi suoi inciampi, le sue strade sbarrate, il suo smarrirsi e ritrovarsi, i suoi Minotauri da affrontare e sconfiggere) che non con quella della prateria sconfinata dove galoppare liberi da qualsivoglia impedimento.

C’è, in questo senso, una sequenza del film “Vi presento Joe Black” ("Meet Joe Black" regia di Martin Brest, USA 1998), remake del meno noto “La morte va in vacanza” (“Death Takes a Holiday”, regia di Mitchell Leisen, USA 1934) che vale quanto una seduta terapeutica. Vi si vede il bel Brad Pitt (interpreta la morte che, scesa sulla terra per prelevare un’anima, inciampa, suo malgrado, in una donna e se ne innamora) che, desideroso di conoscere le dinamiche dell’amore, chiede consiglio ad un amico mortale.

“Tu ami Elison, vero?” chiede la morte all’amico.
“Sì, è vero,” risponde quello.
“Ma Elison ti ama?” prosegue l’interrogatorio.
L’amico fa un cenno d'assenso col campo.
“E come fai a saperlo?” chiede la morte.
C’è un attimo di silenzio, l’uomo guarda la morte negli occhi e poi dice sereno:
“Perché conosce la parte peggiore di me e le sta bene.”.

Conosce la parte peggiore di me e le sta bene…

Quanti innamorati potrebbero dire lo stesso? Conosciamo davvero l’Altro anzi, meglio: siamo davvero disposti a conoscerlo, cioè ad aiutarlo a conoscersi, a ri-conoscersi, fino a fare emergere la sua parte peggiore, l’ombra junghiana che tutti ci pervade, per poi soccorrerlo nel contenerla, nel governarla, nel riattraversarla creativamente e costruttivamente?

Perché l’amore, forse, è proprio questa cosa: confessare all'Altro ciò che non siamo capaci di dire nemmeno a noi stessi, confessare la nostra più profonda solitudine, e, attraverso il suo accoglimento, imparare insieme non solo chi siamo davvero, ma anche, e forse soprattutto, chi potremmo essere; affinché poi, come conclude l’amico mortale spiegando alla morte il senso delle sue parole: “[…] Si è liberi, liberi di amarsi l’un l’altro totalmente, completamente… solo: senza paura.”.

Come sembra cozzare questa definizione dell’amore col "tutto rose e fiori" che, invece, troppo spesso, ci fanno credere, suggestionandoci coi vari (li)miti dell'amore: il mito della libertà che solletica il contemporaneo parossismo individualista, il mito dall'indipendenza che ci protegge dalla paura dell’Altro e ci fa stare tanto guardinghi da diventare sterili, ognuno stretto (e costretto) alle proprie piccole sicurezze, ma anche il mito della con-fusione che ospita la nostra incapacità di configgere senza sconfiggere...

“Pietà per coloro che si sposano per essere felici. Pietà per coloro che, per disgrazia, saranno troppo a lungo contenti di quella felicità anodina che si è loro augurata nel giorno delle nozze -troppo a lungo amanti dell'amore inoffensivo delle lune di miele! Pietà per coloro che saranno troppo a lungo fotogenici e presentabili come il giorno delle nozze! Sono fredde le gabbie di vetro, quando la luce delle vetrine si spegne! Il matrimonio ha per noi altre ambizioni. Il matrimonio non ci vuole presentabili, ci vuole vivi! -e ci farà perdere la faccia fino a che, sotto le nostre maschere, appariranno i nostri veri volti" (Christiane Singer, “Elogio del matrimonio, del vincolo e altre follie").

Quante coppie sono passate, passano e -ahinoi- passeranno negli studi dei terapeuti dell'amore: uomini e donne che non si sono disposti a perdere la faccia per regalare il loro vero volto a coloro che amano (come auguravamo alla coppia di amici nel post "Ti amerò per sempre in ogni per adesso") o, al contrario, perché, regalando il loro vero volto, non sono stati accolti e hanno invece trovato nell'Altro la paura e la fuga, il disimpegno, anziché il coraggio dell'accoglimento.

Vivere con l'Altro è una sfida, tanto più ardua quanto più i nostri confini relazionali si fanno prossimi e contigui. Una sfida che consta, anzitutto, nel mettere in discussione i nostri modi di pensare, di vedere e di immaginare condividendoli con l'Altro e, disposti, per l'Altro, a mutarli in un reciproco scambio di energie alteranti in cui giace la potenza di questo sentimento, ma anche la sua tragedia quando, invece di accogliere la forza contaminante dell'Altro, ci opponiamo ad essa avvertendone, anziché la bellezza, il pericolo.
L'idea di una vita di coppia, di un amore condiviso giorno per giorno, che sia tutta, come si usa dire (e sperare): "rose e fiori" è, come abbiamo cercato di descrivere nel post precedente, un'idea non solo fuorviante ma anche compromettente l'amore stesso e le sue possibili spinte rivoluzionarie, quelle spinte che ci obbligano ad un continuo ri-conoscimento, che ci mettono, cioè, nella possibilità (che proprio nell'incontro con l'Altro-diverso-da-me diviene feconda) di ri-conoscermi continuamente; una possibilità che coincide più con l'immagine del labirinto (coi suoi inciampi, le sue strade sbarrate, il suo smarrirsi e ritrovarsi, i suoi Minotauri da affrontare e sconfiggere) che non con quella della prateria sconfinata dove galoppare liberi da qualsivoglia impedimento.

C’è, in questo senso, una sequenza del film “Vi presento Joe Black” ("Meet Joe Black" regia di Martin Brest, USA 1998), remake del meno noto “La morte va in vacanza” (“Death Takes a Holiday”, regia di Mitchell Leisen, USA 1934) che vale quanto una seduta terapeutica. Vi si vede il bel Brad Pitt (interpreta la morte che, scesa sulla terra per prelevare un’anima, inciampa, suo malgrado, in una donna e se ne innamora) che, desideroso di conoscere le dinamiche dell’amore, chiede consiglio ad un amico mortale.

“Tu ami Elison, vero?” chiede la morte all’amico.
“Sì, è vero,” risponde quello.
“Ma Elison ti ama?” prosegue l’interrogatorio.
L’amico fa un cenno d'assenso col campo.
“E come fai a saperlo?” chiede la morte.
C’è un attimo di silenzio, l’uomo guarda la morte negli occhi e poi dice sereno:
“Perché conosce la parte peggiore di me e le sta bene.”.

Conosce la parte peggiore di me e le sta bene…

Quanti innamorati potrebbero dire lo stesso? Conosciamo davvero l’Altro anzi, meglio: siamo davvero disposti a conoscerlo, cioè ad aiutarlo a conoscersi, a ri-conoscersi, fino a fare emergere la sua parte peggiore, l’ombra junghiana che tutti ci pervade, per poi soccorrerlo nel contenerla, nel governarla, nel riattraversarla creativamente e costruttivamente?

Perché l’amore, forse, è proprio questa cosa: confessare all'Altro ciò che non siamo capaci di dire nemmeno a noi stessi, confessare la nostra più profonda solitudine, e, attraverso il suo accoglimento, imparare insieme non solo chi siamo davvero, ma anche, e forse soprattutto, chi potremmo essere; affinché poi, come conclude l’amico mortale spiegando alla morte il senso delle sue parole: “[…] Si è liberi, liberi di amarsi l’un l’altro totalmente, completamente… solo: senza paura.”.

Come sembra cozzare questa definizione dell’amore col "tutto rose e fiori" che, invece, troppo spesso, ci fanno credere, suggestionandoci coi vari (li)miti dell'amore: il mito della libertà che solletica il contemporaneo parossismo individualista, il mito dall'indipendenza che ci protegge dalla paura dell’Altro e ci fa stare tanto guardinghi da diventare sterili, ognuno stretto (e costretto) alle proprie piccole sicurezze, ma anche il mito della con-fusione che ospita la nostra incapacità di configgere senza sconfiggere...

“Pietà per coloro che si sposano per essere felici. Pietà per coloro che, per disgrazia, saranno troppo a lungo contenti di quella felicità anodina che si è loro augurata nel giorno delle nozze -troppo a lungo amanti dell'amore inoffensivo delle lune di miele! Pietà per coloro che saranno troppo a lungo fotogenici e presentabili come il giorno delle nozze! Sono fredde le gabbie di vetro, quando la luce delle vetrine si spegne! Il matrimonio ha per noi altre ambizioni. Il matrimonio non ci vuole presentabili, ci vuole vivi! -e ci farà perdere la faccia fino a che, sotto le nostre maschere, appariranno i nostri veri volti" (Christiane Singer, “Elogio del matrimonio, del vincolo e altre follie").

Quante coppie sono passate, passano e -ahinoi- passeranno negli studi dei terapeuti dell'amore: uomini e donne che non si sono disposti a perdere la faccia per regalare il loro vero volto a coloro che amano (come auguravamo alla coppia di amici nel post "Ti amerò per sempre in ogni per adesso") o, al contrario, perché, regalando il loro vero volto, non sono stati accolti e hanno invece trovato nell'Altro la paura e la fuga, il disimpegno, anziché il coraggio dell'accoglimento.

Vivere con l'Altro è una sfida, tanto più ardua quanto più i nostri confini relazionali si fanno prossimi e contigui. Una sfida che consta, anzitutto, nel mettere in discussione i nostri modi di pensare, di vedere e di immaginare condividendoli con l'Altro e, disposti, per l'Altro, a mutarli in un reciproco scambio di energie alteranti in cui giace la potenza di questo sentimento, ma anche la sua tragedia quando, invece di accogliere la forza contaminante dell'Altro, ci opponiamo ad essa avvertendone, anziché la bellezza, il pericolo.

A guardia della tua solitudine


Nei post precedenti ("il mito dell'indipendenza" e "Il mito della (con)fusione") abbiamo osservato come l'amore, quando si fa con-vivente, cioè tenuto in vita, nutrito, progettato, giorno per giorno, da due persone che decidono consapevolmente di alimentario, questo amore rappresenta, per sua stessa natura, una rinuncia alla totale indipendenza, così come necessità di non precipitare in forme spersonalizzanti di dipendenza, per aprirsi, invece, con la necessaria dose di fatica e di coraggio al gioco dell'interdipendenza.

Come bene ci informa Jorge Amado per bocca di una delle sue affascinanti eroine, quella Dona Flor che ebbe contemporaneamente due mariti e tanto imparò sulle cose dell'amore ("Dona Flor e i suoi due mariti"), ognuno è prigioniero della propria individualità e l'idea che si possa essere così contigui all'Altro da potersi fondere totalmente, è una bella metafora con la quale ci trastulliamo, alla quale forse miriamo ma sapendo in cuor nostro, che mai accadrà veramente, anzi che, laddove dovesse accadere, sarebbe un vero disastro, poiché la totale coincidenza con il corpo e l'anima dell'amato non farebbe che riprodurre la nostra immagine in uno specchio incapace di qualsivoglia rifrazione se non, paradossalmente, l'immagine della fine dell'amore.

Invece, quando Teodoro, suo secondo marito, dice a Dona Flor: "Noi non ci nasconderemo mai nulla, vero? Noi ci diremo sempre tutto," la saggia Flor gli risponde: "Tutto no, Teodoro, tu non sai quale oscuro pozzo sia il cuore della gente.".

Questa posizione, un po' paradossale, che costringe l'amore a farsi continuamente elastico tra la necessità di perdersi nell'Altro (vedi il post: "Perdere se stessi") e la necessità che non accada veramente, è il compito cui ogni giorno siamo chiamati, per difendere e alimentare il nostro amore dal pericolo della crisi.

Questo pozzo oscuro che alberga in ognuno di noi, rappresenta, infatti, uno dei tratti caratteristici dell'umano: il nostro essere in perenne balia della consapevolezza di esserci e, al contempo, di non esserci stati e, un giorno, di non esserci più, che si declina in molteplici strategie di evitamento, ma anche coraggiose azioni di confronto e di superamento di questa intrinseca solitudine di cui l'amore bene rappresenta la complessità, comprendendo, più di altre manifestazioni umane: evitamento, confronto e superamento, in una perenne lotta che è tanto più feconda quanto più non ha pace.

Viene allora in mente e si comprende la splendida definizione del grande poeta Rainer Maria Rilke quando afferma che amare è "stare a guardia della solitudine altrui", che non significa, appunto, esaurirla, colmarla, riempiendo, con la nostra ingombrante presenza, il vuoto che ci connatura e su cui ognuno di noi è chiamato -invece- attivamente a lavorare (a prescindere da qualsivoglia Altro che gli sta affianco), significa, bensì: nutrirla, aiutare l'altro a com-prenderla (prenderla dentro di sé) e coltivarla (non rifuggirla), permettendole anche di sedarsi, ma senza mai precipitare nel rischio che questa solitudine scompaia.

È questa solitudine, infatti, che non solo ci spinge a cercare l'Altro, desiderandolo tanto da voler fonderci con lui nello spirito e nella carne, affinché la solitudine, almeno per un attimo, si attenui e con lei la condanna della nostra mortalità che l'alimenta ma, soprattutto, che ci spinge a cercare noi stessi, ma di questo avremo modo di riflettere nel prossimo post...

Nei post precedenti ("il mito dell'indipendenza" e "Il mito della (con)fusione") abbiamo osservato come l'amore, quando si fa con-vivente, cioè tenuto in vita, nutrito, progettato, giorno per giorno, da due persone che decidono consapevolmente di alimentario, questo amore rappresenta, per sua stessa natura, una rinuncia alla totale indipendenza, così come necessità di non precipitare in forme spersonalizzanti di dipendenza, per aprirsi, invece, con la necessaria dose di fatica e di coraggio al gioco dell'interdipendenza.

Come bene ci informa Jorge Amado per bocca di una delle sue affascinanti eroine, quella Dona Flor che ebbe contemporaneamente due mariti e tanto imparò sulle cose dell'amore ("Dona Flor e i suoi due mariti"), ognuno è prigioniero della propria individualità e l'idea che si possa essere così contigui all'Altro da potersi fondere totalmente, è una bella metafora con la quale ci trastulliamo, alla quale forse miriamo ma sapendo in cuor nostro, che mai accadrà veramente, anzi che, laddove dovesse accadere, sarebbe un vero disastro, poiché la totale coincidenza con il corpo e l'anima dell'amato non farebbe che riprodurre la nostra immagine in uno specchio incapace di qualsivoglia rifrazione se non, paradossalmente, l'immagine della fine dell'amore.

Invece, quando Teodoro, suo secondo marito, dice a Dona Flor: "Noi non ci nasconderemo mai nulla, vero? Noi ci diremo sempre tutto," la saggia Flor gli risponde: "Tutto no, Teodoro, tu non sai quale oscuro pozzo sia il cuore della gente.".

Questa posizione, un po' paradossale, che costringe l'amore a farsi continuamente elastico tra la necessità di perdersi nell'Altro (vedi il post: "Perdere se stessi") e la necessità che non accada veramente, è il compito cui ogni giorno siamo chiamati, per difendere e alimentare il nostro amore dal pericolo della crisi.

Questo pozzo oscuro che alberga in ognuno di noi, rappresenta, infatti, uno dei tratti caratteristici dell'umano: il nostro essere in perenne balia della consapevolezza di esserci e, al contempo, di non esserci stati e, un giorno, di non esserci più, che si declina in molteplici strategie di evitamento, ma anche coraggiose azioni di confronto e di superamento di questa intrinseca solitudine di cui l'amore bene rappresenta la complessità, comprendendo, più di altre manifestazioni umane: evitamento, confronto e superamento, in una perenne lotta che è tanto più feconda quanto più non ha pace.

Viene allora in mente e si comprende la splendida definizione del grande poeta Rainer Maria Rilke quando afferma che amare è "stare a guardia della solitudine altrui", che non significa, appunto, esaurirla, colmarla, riempiendo, con la nostra ingombrante presenza, il vuoto che ci connatura e su cui ognuno di noi è chiamato -invece- attivamente a lavorare (a prescindere da qualsivoglia Altro che gli sta affianco), significa, bensì: nutrirla, aiutare l'altro a com-prenderla (prenderla dentro di sé) e coltivarla (non rifuggirla), permettendole anche di sedarsi, ma senza mai precipitare nel rischio che questa solitudine scompaia.

È questa solitudine, infatti, che non solo ci spinge a cercare l'Altro, desiderandolo tanto da voler fonderci con lui nello spirito e nella carne, affinché la solitudine, almeno per un attimo, si attenui e con lei la condanna della nostra mortalità che l'alimenta ma, soprattutto, che ci spinge a cercare noi stessi, ma di questo avremo modo di riflettere nel prossimo post...

La Mediazione Coniugale al World Mediation Forum


Lo scorso fine settimana (18/21 ottobre 2012) ho avuto il piacere di partecipare al World Mediation Forum, il prestigioso raduno mondiale che si svolge qua e la per il globo ogni biennio. Quest'anno, nella splendida Valencia, ho presentato una riflessione (qui riporto in sintesi) attorno al concetto e alle pratiche di quella Mediazione Coniugale che in questo blog ho più volte citato....

[...] La mediazione coniugale è un percorso ideato per affrontare la crisi della coppia in ottica riparativa, ma anche per anticiparla e prevenirla, sollecitando ogni suo protagonista a riconoscere la propria storia con rispetto e consapevolezza di sé e dell’Altro. Un percorso che aiuta la coppia a comprendere i comportamenti distonici che emergono nelle relazioni amorose, per poi procedere alla loro rivisitazione critica e alla loro ristrutturazione, senza evadere dai tòpoi della mediazione: il conflitto, la comunicazione, la relazione.

Non si tratta, però, di tentare, semplicemente, una ricongiunzione, bensì di affrontare una possibile evoluzione: generando cambiamenti, trasformazioni positive, affinando la capacità dei singoli e della diade di conferire senso e valore al proprio mondo, sollecitando la consapevolezza del proprio specifico e ineliminabile contributo nella costruzione della realtà e sviluppando, al contempo, la capacità di mediare con l’Altro e con le sue interpretazioni del mondo.


Lo scorso fine settimana (18/21 ottobre 2012) ho avuto il piacere di partecipare al World Mediation Forum, il prestigioso raduno mondiale che si svolge qua e la per il globo ogni biennio. Quest'anno, nella splendida Valencia, ho presentato una riflessione (qui riporto in sintesi) attorno al concetto e alle pratiche di quella Mediazione Coniugale che in questo blog ho più volte citato....

[...] La mediazione coniugale è un percorso ideato per affrontare la crisi della coppia in ottica riparativa, ma anche per anticiparla e prevenirla, sollecitando ogni suo protagonista a riconoscere la propria storia con rispetto e consapevolezza di sé e dell’Altro. Un percorso che aiuta la coppia a comprendere i comportamenti distonici che emergono nelle relazioni amorose, per poi procedere alla loro rivisitazione critica e alla loro ristrutturazione, senza evadere dai tòpoi della mediazione: il conflitto, la comunicazione, la relazione.

Non si tratta, però, di tentare, semplicemente, una ricongiunzione, bensì di affrontare una possibile evoluzione: generando cambiamenti, trasformazioni positive, affinando la capacità dei singoli e della diade di conferire senso e valore al proprio mondo, sollecitando la consapevolezza del proprio specifico e ineliminabile contributo nella costruzione della realtà e sviluppando, al contempo, la capacità di mediare con l’Altro e con le sue interpretazioni del mondo.

La mediazione coniugale


Di ritorno dalle vacanze (che spero abbiate trascorso splendidamente), riprendiamo le nostre riflessioni interrotte a partire da quella "Mediazione Coniugale" che, tempo fa, avevo promesso e che poi vari eventi hanno rimandato. 

Torniamo, dunque, a qualche post or sono: quella "Pedagogia dell'amore di coppia" a partire dalla quale riferivo di un modo altro di fare mediazione, un modo che comprende la mediazione familiare ma, pure, ne rappresenta un superamento evolutivo: la mediazione coniugale, appunto. 

Rispetto al modello anglosassone, la mediazione coniugale da me elaborata, si traduce in un percorso ideato non solo per affrontare la crisi della coppia in ottica riparativa ma, soprattutto, per anticiparla e prevenirla, sollecitando ogni suo protagonista a riconoscere la propria storia con rispetto e consapevolezza di sé e dell’Altro. Un percorso che aiuta la coppia a comprendere i comportamenti distonici che emergono nelle relazioni amorose, per poi procedere alla loro rivisitazione critica e alla loro ristrutturazione, senza evadere dai tòpoi della mediazione: il conflitto, la comunicazione, la relazione.


Di ritorno dalle vacanze (che spero abbiate trascorso splendidamente), riprendiamo le nostre riflessioni interrotte a partire da quella "Mediazione Coniugale" che, tempo fa, avevo promesso e che poi vari eventi hanno rimandato. 

Torniamo, dunque, a qualche post or sono: quella "Pedagogia dell'amore di coppia" a partire dalla quale riferivo di un modo altro di fare mediazione, un modo che comprende la mediazione familiare ma, pure, ne rappresenta un superamento evolutivo: la mediazione coniugale, appunto. 

Rispetto al modello anglosassone, la mediazione coniugale da me elaborata, si traduce in un percorso ideato non solo per affrontare la crisi della coppia in ottica riparativa ma, soprattutto, per anticiparla e prevenirla, sollecitando ogni suo protagonista a riconoscere la propria storia con rispetto e consapevolezza di sé e dell’Altro. Un percorso che aiuta la coppia a comprendere i comportamenti distonici che emergono nelle relazioni amorose, per poi procedere alla loro rivisitazione critica e alla loro ristrutturazione, senza evadere dai tòpoi della mediazione: il conflitto, la comunicazione, la relazione.

Pedagogia dell'amore di coppia

Prima della piccola parentesi della scorso post ("Unlove Tour di Desio"), c'eravamo soffermati sulla necessità di "Educarci ad amarci"; vediamo ora entro quale scenario questa educazione può essere intrapresa.

Inoltrandoci verso questo nuovo orizzonte, è bene anzitutto ribadire che i ri-medi che in questo spazio-blog presentiamo hanno un valore descrittivo e prescrittivo strettamente teorico e, affinché siamo mandati adeguatamente ad effetto, dovrebbero essere attentamente sagomati sul profilo di ogni coppia: persona per persona, amore per amore (se no io che ci starei a fare?). Insomma, come quelle scritte che compaiono in sovrimpressione in certi programmi televisivi: "non fatelo a casa da soli!".

Questa precauzione, lungi dal segnalare la pericolosità del fai-da-te, ne vuole ribadire invece la complessità, dettata anzitutto dalla fase di confusa transizione in cui siamo immersi dove l'amore, come abbiamo più volte ribadito, annaspa in mezzo a un guado: trascinato da una parte dalle correnti del passato che hanno nutrito e nutrono un'idea dell'amore che, dall'altra parte, le correnti del presente faticano a capire e contemplare. 

Una fase, insomma, in cui, diverse e molteplici questioni (vedi, tra i tanti, il post "Ti amo...da lontano"), sembrano aprire le danze della crisi non più dal classico: “Non ti amo più” ma, per quanto non sempre consapevolmente, dall'insolito e post-moderno: “Io non so più come amare”.

A partire da questa affermazione, che spesso emerge sulla scena della mediazione, si fa largo, a mio avviso, la necessità di una "pedagogia dell’amore di coppia" che si configura come percorso-dispositivo non solo per affrontare la "crisi d'amore" ma anche, e forse soprattutto: per anticiparla, prevenirla e, potenzialmente, per fare davvero di ogni amore una storia vissuta, fino in fondo ai suoi confini e oltre i suoi confini, con pienezza, rispetto, consapevolezza, ossia con quella partecipazione capace di generare un produttivo benessere evolutivo per ognuno degli attori che vi sono coinvolti -ivi compresi gli eventuali minori.

Obiettivo di questa pedagogia dell’amore di coppia non è, cioè, quello di muovere riflessioni o escogitare strategie affinché le coppie non si separino o stiano insieme il più a lungo possibile, bensì che ogni coppia e i suoi singoli componenti trovino il modo migliore per vivere la relazione amorosa quale continua occasione di crescita, generatrice di felicità potenziali.

Nell'ambito della mediazione questa pedagogia dell'amore di coppia, trova modi e tempi in quei percorsi che abbiamo battezzato: "Mediazione coniugale" (un procedimento già in uso, seppur in forma differente, negli Stati Uniti col nome di: "marital mediation") e di cui ci occuperemo nel prossimo post.
Prima della piccola parentesi della scorso post ("Unlove Tour di Desio"), c'eravamo soffermati sulla necessità di "Educarci ad amarci"; vediamo ora entro quale scenario questa educazione può essere intrapresa.

Inoltrandoci verso questo nuovo orizzonte, è bene anzitutto ribadire che i ri-medi che in questo spazio-blog presentiamo hanno un valore descrittivo e prescrittivo strettamente teorico e, affinché siamo mandati adeguatamente ad effetto, dovrebbero essere attentamente sagomati sul profilo di ogni coppia: persona per persona, amore per amore (se no io che ci starei a fare?). Insomma, come quelle scritte che compaiono in sovrimpressione in certi programmi televisivi: "non fatelo a casa da soli!".

Questa precauzione, lungi dal segnalare la pericolosità del fai-da-te, ne vuole ribadire invece la complessità, dettata anzitutto dalla fase di confusa transizione in cui siamo immersi dove l'amore, come abbiamo più volte ribadito, annaspa in mezzo a un guado: trascinato da una parte dalle correnti del passato che hanno nutrito e nutrono un'idea dell'amore che, dall'altra parte, le correnti del presente faticano a capire e contemplare. 

Una fase, insomma, in cui, diverse e molteplici questioni (vedi, tra i tanti, il post "Ti amo...da lontano"), sembrano aprire le danze della crisi non più dal classico: “Non ti amo più” ma, per quanto non sempre consapevolmente, dall'insolito e post-moderno: “Io non so più come amare”.

A partire da questa affermazione, che spesso emerge sulla scena della mediazione, si fa largo, a mio avviso, la necessità di una "pedagogia dell’amore di coppia" che si configura come percorso-dispositivo non solo per affrontare la "crisi d'amore" ma anche, e forse soprattutto: per anticiparla, prevenirla e, potenzialmente, per fare davvero di ogni amore una storia vissuta, fino in fondo ai suoi confini e oltre i suoi confini, con pienezza, rispetto, consapevolezza, ossia con quella partecipazione capace di generare un produttivo benessere evolutivo per ognuno degli attori che vi sono coinvolti -ivi compresi gli eventuali minori.

Obiettivo di questa pedagogia dell’amore di coppia non è, cioè, quello di muovere riflessioni o escogitare strategie affinché le coppie non si separino o stiano insieme il più a lungo possibile, bensì che ogni coppia e i suoi singoli componenti trovino il modo migliore per vivere la relazione amorosa quale continua occasione di crescita, generatrice di felicità potenziali.

Nell'ambito della mediazione questa pedagogia dell'amore di coppia, trova modi e tempi in quei percorsi che abbiamo battezzato: "Mediazione coniugale" (un procedimento già in uso, seppur in forma differente, negli Stati Uniti col nome di: "marital mediation") e di cui ci occuperemo nel prossimo post.
 
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