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Mediatore: né psicologo, né avvocato

In uno dei primi episodi di Fairly Legal, un interessante serial televisivo che ha come protagonista una mediatrice (Kate Reed), David Nicastro, giudice del tribunale in cui la mediatrice spesso opera, con quella bella capacità di sintesi che ha la lingua anglosassone e che il media televisivo, se è possibile, ancor più accentua, così definisce, a un gruppo di contendenti, il senso del mediare: "Kate Reed," dice (badate bene un giudice, non il portavoce del collettivo Bakunin): "non è un avvocato. È una mediatrice, in pratica è un arbitro in una partita senza regole, le cui regole le fanno la parti stesse.".

Un arbitro in una partita senza regole in cui le regole le fanno la parti stesse.

Personalmente credo sia una delle più efficaci definizioni della mediazione e... (continua a leggere qui)


Su "Il Sole 24 Ore", Diritto 24., prosegue l'Osservatorio sulla Mediazione Familiare insieme all'avvocato Teresa Laviola.
In uno dei primi episodi di Fairly Legal, un interessante serial televisivo che ha come protagonista una mediatrice (Kate Reed), David Nicastro, giudice del tribunale in cui la mediatrice spesso opera, con quella bella capacità di sintesi che ha la lingua anglosassone e che il media televisivo, se è possibile, ancor più accentua, così definisce, a un gruppo di contendenti, il senso del mediare: "Kate Reed," dice (badate bene un giudice, non il portavoce del collettivo Bakunin): "non è un avvocato. È una mediatrice, in pratica è un arbitro in una partita senza regole, le cui regole le fanno la parti stesse.".

Un arbitro in una partita senza regole in cui le regole le fanno la parti stesse.

Personalmente credo sia una delle più efficaci definizioni della mediazione e... (continua a leggere qui)


Su "Il Sole 24 Ore", Diritto 24., prosegue l'Osservatorio sulla Mediazione Familiare insieme all'avvocato Teresa Laviola.

Il caso della donna che dormiva sul tappeto

Proseguendo il nastro osservatorio sulla mediazione famigliare e, in particolare, questo primo tratto di sentiero votato alla perlustrazione del conflitto, insieme all'avvocato Teresa Laviola vogliamo restituire oggi un particolare caso in cui il conflitto mostra tutta la sua ambiguità e, anche laddove sembra distribuire con apparente chiarezza ragioni e colpe, se ben guardato, restituisce invece tutta la sua natura relativista, palesando quella condizione tipica della mediazione in cui diviene impossibile (oltre che inutile) distribuire i torti ed è invece necessario abbandonarsi al flusso delle ragioni e delle emozioni costruttive. Ecco, dunque, il caso di specie.

Quando i coniugi, che chiameremo Franca e Matteo, arrivarono in studio fu subito chiaro, ancora prima di iniziare, la grande distanza che da tempo li separava: lei una donna trasandata, di un’età indistinguibile e chiaramente torturata da una sofferenza che non faceva nulla per nascondere; lui -invece- un uomo fin troppo curato, dall'aspetto ostentatamente giovanile, con una smorfia di beffarda indifferenza e un olezzo di profumo che ne anticipava l’arrivo e permaneva in studio anche ore dopo la loro dipartita. Quando, poi, iniziarono a raccontare la loro storia, la distanza si fece anche più palese. Infatti, dalla nascita della figlia (Marta, 14 anni), i due non avevano più avuto alcun tipo di rapporto sessuale, mentre il resto della relazione si era ridotta a pure comunicazioni di servizio. 

Franca accusava Matteo di averla da sempre maltrattata, fin dalla prima notte di nozze, che lui aveva trascorso al casinò, per una luna tutt'altro che di miele. Matteo, naturalmente, respingeva ogni accusa, sostenendo, invece, la subdola malvagità manipolatrice di Franca che era arrivata a dormire per anni sul tappeto accanto al letto matrimoniale: “Per non disturbarti quando mi dovevo alzare per la bambina,” sosteneva lei. “Per farmi sentire in colpa con i tuoi vittimismi, i tuoi piagnistei,” diceva, invece, lui.

A un certo punto, Matteo aveva detto basta e i due, si erano costruiti una loro vita da separati in casa, anzi: Matteo, se l'era costruita, perché Franca, animata da un forte spirito religioso, era rimasta paralizzata in un limbo di sola sofferenza: impossibilità anche solo a pensare al divorzio e, men che meno, a cercare fuori dal matrimonio un qualche tipo di felicità alternativa.

Così avevano passato gli ultimi quattordici anni, poi era scoppiato il bubbone: Marta aveva scoperto il padre intrattenersi su qualche chat erotica, cosa che l’aveva gettata in una profonda crisi (tanto da non voler più parlargli), e poi aveva costretto (ob torto collo?) Franca a prendere provvedimenti “salva faccia” e a spedire Matteo fuori casa. La separazione era stata, tuttavia, temporanea perché, poco dopo l'uscita del marito, un tumore al seno aveva gettato Franca nel gorgo della chemioterapia e, pensava Matteo: “Obbligato me a tornare.”. Quando arrivarono in studio Franca aveva appena finito il sesto e ultimo ciclo di chemio, dopo la dovuta mastectomia.

Nei casi come questo, ciò che maggiormente rischia di minacciare il successo della mediazione, è la tentazione, per quanto legittima, di pensare che l’uno o l'altro dei contendenti sia in qualche modo la vittima e che, quindi, possa rivendicare un qualche tipo di ragione. Tuttavia, come ci ricordano gli amici di Palo Alto, uno stesso evento comunicativo può avere molteplici possibilità interpretative a seconda di come lo si guardi e del potere che ha su quella relazione chi la guarda e la giudica. Mai come nelle relazioni di coppia, poi, ogni comunicazione si configura in un vicendevole stimolarsi e contaminarsi che, come in questo caso, impedisce di definire chi ha ragione e chi torto. Per questo il mediatore deve guardarsi bene dalla tentazione di fare il giustiziere. 

Egli, infatti, non disciplina la giustizia, come a volte si tende a confondere. Il mediatore non è Zorro ma, semmai, Bernardo, il servo muto di Zorro che, con il suo silenzio, accompagna le parti a trovare una giustizia equa per entrambi. Nei casi come questo, allora, dove il conflitto non solo è elevato, ma con la sua persistenza ha costituito un modus pensandi in cui ogni azione dell’Altro finisce inevitabilmente per cristallizzarsi nelle condizioni che promuovono uno scontro sterile, la prima manovra da farsi non è quella di sedarlo, ma -paradossalmente- di promuoverlo, esasperandone gli aspetti irrazionali, fino a palesarlo in tutto il suo non-senso, per poi, in un secondo momento, aiutare le parti a definire le aree realmente negoziabili dei reciproci contrasti.


Proseguendo il nastro osservatorio sulla mediazione famigliare e, in particolare, questo primo tratto di sentiero votato alla perlustrazione del conflitto, insieme all'avvocato Teresa Laviola vogliamo restituire oggi un particolare caso in cui il conflitto mostra tutta la sua ambiguità e, anche laddove sembra distribuire con apparente chiarezza ragioni e colpe, se ben guardato, restituisce invece tutta la sua natura relativista, palesando quella condizione tipica della mediazione in cui diviene impossibile (oltre che inutile) distribuire i torti ed è invece necessario abbandonarsi al flusso delle ragioni e delle emozioni costruttive. Ecco, dunque, il caso di specie.

Quando i coniugi, che chiameremo Franca e Matteo, arrivarono in studio fu subito chiaro, ancora prima di iniziare, la grande distanza che da tempo li separava: lei una donna trasandata, di un’età indistinguibile e chiaramente torturata da una sofferenza che non faceva nulla per nascondere; lui -invece- un uomo fin troppo curato, dall'aspetto ostentatamente giovanile, con una smorfia di beffarda indifferenza e un olezzo di profumo che ne anticipava l’arrivo e permaneva in studio anche ore dopo la loro dipartita. Quando, poi, iniziarono a raccontare la loro storia, la distanza si fece anche più palese. Infatti, dalla nascita della figlia (Marta, 14 anni), i due non avevano più avuto alcun tipo di rapporto sessuale, mentre il resto della relazione si era ridotta a pure comunicazioni di servizio. 

Franca accusava Matteo di averla da sempre maltrattata, fin dalla prima notte di nozze, che lui aveva trascorso al casinò, per una luna tutt'altro che di miele. Matteo, naturalmente, respingeva ogni accusa, sostenendo, invece, la subdola malvagità manipolatrice di Franca che era arrivata a dormire per anni sul tappeto accanto al letto matrimoniale: “Per non disturbarti quando mi dovevo alzare per la bambina,” sosteneva lei. “Per farmi sentire in colpa con i tuoi vittimismi, i tuoi piagnistei,” diceva, invece, lui.

A un certo punto, Matteo aveva detto basta e i due, si erano costruiti una loro vita da separati in casa, anzi: Matteo, se l'era costruita, perché Franca, animata da un forte spirito religioso, era rimasta paralizzata in un limbo di sola sofferenza: impossibilità anche solo a pensare al divorzio e, men che meno, a cercare fuori dal matrimonio un qualche tipo di felicità alternativa.

Così avevano passato gli ultimi quattordici anni, poi era scoppiato il bubbone: Marta aveva scoperto il padre intrattenersi su qualche chat erotica, cosa che l’aveva gettata in una profonda crisi (tanto da non voler più parlargli), e poi aveva costretto (ob torto collo?) Franca a prendere provvedimenti “salva faccia” e a spedire Matteo fuori casa. La separazione era stata, tuttavia, temporanea perché, poco dopo l'uscita del marito, un tumore al seno aveva gettato Franca nel gorgo della chemioterapia e, pensava Matteo: “Obbligato me a tornare.”. Quando arrivarono in studio Franca aveva appena finito il sesto e ultimo ciclo di chemio, dopo la dovuta mastectomia.

Nei casi come questo, ciò che maggiormente rischia di minacciare il successo della mediazione, è la tentazione, per quanto legittima, di pensare che l’uno o l'altro dei contendenti sia in qualche modo la vittima e che, quindi, possa rivendicare un qualche tipo di ragione. Tuttavia, come ci ricordano gli amici di Palo Alto, uno stesso evento comunicativo può avere molteplici possibilità interpretative a seconda di come lo si guardi e del potere che ha su quella relazione chi la guarda e la giudica. Mai come nelle relazioni di coppia, poi, ogni comunicazione si configura in un vicendevole stimolarsi e contaminarsi che, come in questo caso, impedisce di definire chi ha ragione e chi torto. Per questo il mediatore deve guardarsi bene dalla tentazione di fare il giustiziere. 

Egli, infatti, non disciplina la giustizia, come a volte si tende a confondere. Il mediatore non è Zorro ma, semmai, Bernardo, il servo muto di Zorro che, con il suo silenzio, accompagna le parti a trovare una giustizia equa per entrambi. Nei casi come questo, allora, dove il conflitto non solo è elevato, ma con la sua persistenza ha costituito un modus pensandi in cui ogni azione dell’Altro finisce inevitabilmente per cristallizzarsi nelle condizioni che promuovono uno scontro sterile, la prima manovra da farsi non è quella di sedarlo, ma -paradossalmente- di promuoverlo, esasperandone gli aspetti irrazionali, fino a palesarlo in tutto il suo non-senso, per poi, in un secondo momento, aiutare le parti a definire le aree realmente negoziabili dei reciproci contrasti.


La terza via verso il conflitto

L'osservatorio sulla Mediazione Familiare che, insieme all'avvocato Teresa Laviola, stiamo conducendo sul sito de "Il Sole 24 Ore", ci ha visto, nei suoi precedenti articoli ("Mediazione: non luogo a procedere" e "Ritessere emozioni costruttive con la mediazione familiare"), cercare di sfatare alcuni luoghi comuni di questa disciplina, rimettendo "l'amore" al centro del suo procedere, non quale melensa proposizione, ma come occasione di riscatto: un "amore diverso" dicevamo, al cui compimento il mediatore deve provare ad accompagnare le parti, sia che decidano di spingere la loro crisi verso la separazione che verso la riparazione, poiché comunque "positivamente diverso" dovrà essere il rapporto che, da lì in poi, dovrà caratterizzare la loro relazione.

Lungo questo procedere ricopre un'importanza fondamentale il conflitto, cosa che, al primo acchito del neofita, potrebbe sembrare una paradossale contraddizione: contraltare stesso dell'amore. In verità, il conflitto, è elemento vitale di ogni relazione, anzi di più...


Diritto 24 - Il sole 24 Ore: Osservatorio sulla Mediazione Familiare.
Continua a leggere qui...
L'osservatorio sulla Mediazione Familiare che, insieme all'avvocato Teresa Laviola, stiamo conducendo sul sito de "Il Sole 24 Ore", ci ha visto, nei suoi precedenti articoli ("Mediazione: non luogo a procedere" e "Ritessere emozioni costruttive con la mediazione familiare"), cercare di sfatare alcuni luoghi comuni di questa disciplina, rimettendo "l'amore" al centro del suo procedere, non quale melensa proposizione, ma come occasione di riscatto: un "amore diverso" dicevamo, al cui compimento il mediatore deve provare ad accompagnare le parti, sia che decidano di spingere la loro crisi verso la separazione che verso la riparazione, poiché comunque "positivamente diverso" dovrà essere il rapporto che, da lì in poi, dovrà caratterizzare la loro relazione.

Lungo questo procedere ricopre un'importanza fondamentale il conflitto, cosa che, al primo acchito del neofita, potrebbe sembrare una paradossale contraddizione: contraltare stesso dell'amore. In verità, il conflitto, è elemento vitale di ogni relazione, anzi di più...


Diritto 24 - Il sole 24 Ore: Osservatorio sulla Mediazione Familiare.
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Ritessere emozioni costruttive

"[...] L'impostazione originaria della mediazione familiare vorrebbe il mediatore strettamente vincolato ad accompagnare la coppia in crisi negli articolati passaggi della separazione o del divorzio, nutrito dell'illusione che la condizione delle parti che giungono nel suo studio sia scevra da qualsivoglia perplessità rispetto alla necessità di terminare definitivamente la loro relazione.

La crisi che la coppia porta nel setting della mediazione è, invece, sempre carica di molteplici istanze, quasi mai esplicite e non esclusivamente circoscrivibili entro l'obiettivo della separazione.

La volontà di separarsi, persino laddove..."

Diritto 24 - Il sole 24 Ore: Osservatorio sulla Mediazione Familiare. 
Continua a leggere qui il nuovo articolo di Massimo Silvano Galli e Teresa Laviola

(permalink):
http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/dirittoCivile/famiglia/2014-05-12/ritessere-emozioni-costruttive-mediazione-165631.php
"[...] L'impostazione originaria della mediazione familiare vorrebbe il mediatore strettamente vincolato ad accompagnare la coppia in crisi negli articolati passaggi della separazione o del divorzio, nutrito dell'illusione che la condizione delle parti che giungono nel suo studio sia scevra da qualsivoglia perplessità rispetto alla necessità di terminare definitivamente la loro relazione.

La crisi che la coppia porta nel setting della mediazione è, invece, sempre carica di molteplici istanze, quasi mai esplicite e non esclusivamente circoscrivibili entro l'obiettivo della separazione.

La volontà di separarsi, persino laddove..."

Diritto 24 - Il sole 24 Ore: Osservatorio sulla Mediazione Familiare. 
Continua a leggere qui il nuovo articolo di Massimo Silvano Galli e Teresa Laviola

(permalink):
http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/dirittoCivile/famiglia/2014-05-12/ritessere-emozioni-costruttive-mediazione-165631.php

Mediare: "non luogo" a procedere

Nel nostro ultimo post "Alla fine senza fine dell'amore", ormai datato luglio 2103, riprendevamo le fila del tappeto che per circa un anno abbiamo tessuto, ricamando riflessioni attorno all'infinito tema dell'amore, per poi capitolare nuovamente da dove eravamo partiti ("Perché questo blog"): la mediazione, professione chiamata a disciplinare l'amore quando questo entra in crisi, attraverso un approccio inusitato, che non è quello della terapia di coppia e non è nemmeno quello strettamente giuridico con cui -a volte- si risolvono, attraverso una separazione, le crisi dell'amore.

La mediazione è un discorso a se stante che (dopo aver circumnavigato, seppur limitatamente, il grande arcipelago dell'amore, con i suoi possibili ostacoli e le sue solutive vie di fuga) torniamo ora a raccontare, insieme a un compagno d'eccezione: la collega e amica Teresa Laviola (con cui tanti progetti stiamo concretando -non per ultimo quel "Diritto di Relazione" che, in qualche modo, supera il concetto di mediazione stessa, allargandolo alle pratiche di gestione del diritto tutto) e dalle pagine di una prestigiosa testata: Diritto 24, il portale del diritto de Il Sole 24 Ore.

Da qui, dunque, ricominciano con un primo articolo: "Mediazione: non luogo a procedere", in cui poniamo le basi di questa nuova avventura che, più o meno ogni settimana, ci scompagnerà ad entrare negli anfratti della mediazione.

Nel nostro ultimo post "Alla fine senza fine dell'amore", ormai datato luglio 2103, riprendevamo le fila del tappeto che per circa un anno abbiamo tessuto, ricamando riflessioni attorno all'infinito tema dell'amore, per poi capitolare nuovamente da dove eravamo partiti ("Perché questo blog"): la mediazione, professione chiamata a disciplinare l'amore quando questo entra in crisi, attraverso un approccio inusitato, che non è quello della terapia di coppia e non è nemmeno quello strettamente giuridico con cui -a volte- si risolvono, attraverso una separazione, le crisi dell'amore.

La mediazione è un discorso a se stante che (dopo aver circumnavigato, seppur limitatamente, il grande arcipelago dell'amore, con i suoi possibili ostacoli e le sue solutive vie di fuga) torniamo ora a raccontare, insieme a un compagno d'eccezione: la collega e amica Teresa Laviola (con cui tanti progetti stiamo concretando -non per ultimo quel "Diritto di Relazione" che, in qualche modo, supera il concetto di mediazione stessa, allargandolo alle pratiche di gestione del diritto tutto) e dalle pagine di una prestigiosa testata: Diritto 24, il portale del diritto de Il Sole 24 Ore.

Da qui, dunque, ricominciano con un primo articolo: "Mediazione: non luogo a procedere", in cui poniamo le basi di questa nuova avventura che, più o meno ogni settimana, ci scompagnerà ad entrare negli anfratti della mediazione.

 
amoreCiao Copyright © 2012 by Massimo Silvano Galli