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Un amore resistente

Nei primi mesi del 1994 fui protagonista, insieme a diversi artisti e scrittori, uniti sotto legida della cooperativa culturale Raccolto, di una serie di importanti iniziative per le celebrazioni del Cinquantesimo anniversario della Resistenza, con progetti di intervento culturale che coinvolsero diversi comuni dell'hinterland milanese. Una delle iniziative prevedeva la raccolta di testimonianze di alcuni episodi della storia locale che poi, passate al vaglio della scrittura narrativa, sono confluite un intenso volume di racconti ("Esistenza di Resistenza", Ed. Raccolto). Tra i vari racconti che ebbi l'onore di ascoltare e rinarrare, mi piace oggi riportare la storia di due giovani innamorati che mi fu raccontata da Egidio Crippa e che qui riporto quale omaggio ai tanti giovani uomini e donne che hanno donato la loro vita e il loro amore.


Fuggiva di novembre una nebbiolina tersa che accompagnava i due giovani da Vittuone fino a Lezzeno, sulle sponde del lago di Como. Era una nebbiolina che nascondeva gli uomini e le cose, lasciando un senso ansioso ma invitante di segretezza, un sapore mascherato di celerità, quell'odore di vita che solo si respira quando l'ansia di esistere si mischia alla paura di morire.

Giampiero aveva passato parte del breve viaggio a riepilogare orari e strategie del piano. Era stato lui a portare la notizia che un automobile di gerarchi tedeschi sarebbe scesa lungo le diramazioni del lago di Como fino ad attraversare il piccolo paesino di Lezzeno.

Come patriota infiltrato dell'esercito repubblichino, era spesso riuscito ad avere importanti informazioni sugli spostamenti e le intenzioni dei fascisti e dei tedeschi e non aveva esitato a passarle ai partigiani con cui era in contatto.

Elisa lo accompagnava partecipando a questa lotta fatta di sotterfugi, di incontri segreti, di piccoli e grandi sabotaggi, facendo da tramite tra le rivelazioni del suo amore e il corpo volontari della libertà.

Si erano conosciuti così Elisa e Giampiero: il bel capitano infiltrato e la coraggiosa staffetta. Messaggio cifrato dopo messaggio cifrato, erano nato il loro amore... fino a quel piccolo biglietto, questa volta solo per lei, con cui Giampiero si era dichiarato: segreto tra i segreti, il più bello e dirompente, premessa di un altro sabotaggio, però del cuore.

Da quel giorno, ogni compito, pur ingrato e pericoloso, aveva avuto per loro tutto un altro sapore e pulsava nelle vene incarnando come mai il concetto di avvenire. L'insopportabile peso dei soprusi che fino allora aveva popolato le loro convinzioni guerriere, ora si incoronava del bisogno che ogni amore muove quando la vita con le sue istanze viene a bussare alla tua porta e allora capisci che tocca proprio a te, che non si può rimandare.

Eppure quel giorno di novembre, mentre il paesaggio scalpitava velocemente dietro i finestrini appannati e la nebbia pareva non voler diradare, quella fatalità che ogni volta li aveva portati, fermi sicuri, nei loro vent'anni, lungo la strada della libertà da riconquistare, quella certezza pareva venir meno: tarpata da un senso più forte di paura, da un sentore più alto di rischio.

Elisa lo ascoltava parlare di minuscole precisazioni, di mosse parallele e sincronizzate, ma sembrava cercare con gli occhi una forza che ancora quel giorno non possedeva, un coraggio che sia lui che lei dovevano ancora fermentare.

Quando l'automobile si fermò nella piccola piazza di Lezzeno non era ancora ora di destinare. Scesero insieme ai bagagli davanti alla pensione che li avrebbe ospitati e, silenziosi e circospetti, entrarono recitando un sorriso da matrimonio appena celebrato, una luna di miele da consumare, un copione che se tradiva la realtà, certo non smentiva la speranza.

Un signore bruno, dai lunghi baffi cortesi, li accompagnò sino alla loro camera, gli auguro una buona permanenza e chiuse la porta dietro alle sue spalle. Appena se ne fu andato, Giampiero si mise a ridere: "Se sapesse perché siamo qui non sarebbe così ossequioso," ma era un riso teso e nervoso. Elisa lo abbracciò, senza replicare.

Non sapevano a che ora sarebbe passata la macchina con i comandanti delle SS ma sicuramente sarebbe successo tra quella notte e la mattina seguente. Decisero che avrebbero fatto dei turni di guardia. Da quella postazione potevano facilmente avvistare l'auto prima che questa si trovasse nel luogo predisposto all'attacco.

Fu una notte lunga e silenziosa, abbagliata da allarmi immotivati, sogni interrotti e fitti dialoghi che andavano a costruire promettenti e fiduciosi domani, esorcizzando il presente.

Poi, verso il mattino, Giampiero scorse l'auto scendere verso il paese. Elisa dormiva, turbata da un sonno agitato. Giampiero si volse e la destò dolcemente.

"È ora," disse, "Sei pronta?".
"Pronta," rispose Elisa, come se mai avesse dormito.

Giampiero sorrise. Indossò la giacca e il cappello e prese l'uscita. Non era il caso di baciarsi, di dare corpo con quel gesto a un qualsiasi presagio. Avrebbero avuto tempo dopo, tutto il tempo per amarsi, tutta la vita... insieme.

La strada lo accolse e un vento ghiacciato fece a pezzetti i suoi dubbi e le paure, l'eccitazione e l'angoscia.

Elisa guardò un'ultima volta dalla finestra che dava sulla piazza, lo vide correre verso il luogo dell'agguato, poi chiuse le tende per non essere scorta e cercò l'orologio per non perdere l'ora stabilita.

Non ebbe tempo di fare altro, gli spari la raggiunsero stupita e impreparata. Spalancò la porta della stanza con gli occhi che avvampavano terrore, scese di corsa le scale e si trovò improvvisa davanti alla tragedia.

Prima che le pallottole la colpissero, capì che qualcuno li aveva traditi.
Nei primi mesi del 1994 fui protagonista, insieme a diversi artisti e scrittori, uniti sotto legida della cooperativa culturale Raccolto, di una serie di importanti iniziative per le celebrazioni del Cinquantesimo anniversario della Resistenza, con progetti di intervento culturale che coinvolsero diversi comuni dell'hinterland milanese. Una delle iniziative prevedeva la raccolta di testimonianze di alcuni episodi della storia locale che poi, passate al vaglio della scrittura narrativa, sono confluite un intenso volume di racconti ("Esistenza di Resistenza", Ed. Raccolto). Tra i vari racconti che ebbi l'onore di ascoltare e rinarrare, mi piace oggi riportare la storia di due giovani innamorati che mi fu raccontata da Egidio Crippa e che qui riporto quale omaggio ai tanti giovani uomini e donne che hanno donato la loro vita e il loro amore.


Fuggiva di novembre una nebbiolina tersa che accompagnava i due giovani da Vittuone fino a Lezzeno, sulle sponde del lago di Como. Era una nebbiolina che nascondeva gli uomini e le cose, lasciando un senso ansioso ma invitante di segretezza, un sapore mascherato di celerità, quell'odore di vita che solo si respira quando l'ansia di esistere si mischia alla paura di morire.

Giampiero aveva passato parte del breve viaggio a riepilogare orari e strategie del piano. Era stato lui a portare la notizia che un automobile di gerarchi tedeschi sarebbe scesa lungo le diramazioni del lago di Como fino ad attraversare il piccolo paesino di Lezzeno.

Come patriota infiltrato dell'esercito repubblichino, era spesso riuscito ad avere importanti informazioni sugli spostamenti e le intenzioni dei fascisti e dei tedeschi e non aveva esitato a passarle ai partigiani con cui era in contatto.

Elisa lo accompagnava partecipando a questa lotta fatta di sotterfugi, di incontri segreti, di piccoli e grandi sabotaggi, facendo da tramite tra le rivelazioni del suo amore e il corpo volontari della libertà.

Si erano conosciuti così Elisa e Giampiero: il bel capitano infiltrato e la coraggiosa staffetta. Messaggio cifrato dopo messaggio cifrato, erano nato il loro amore... fino a quel piccolo biglietto, questa volta solo per lei, con cui Giampiero si era dichiarato: segreto tra i segreti, il più bello e dirompente, premessa di un altro sabotaggio, però del cuore.

Da quel giorno, ogni compito, pur ingrato e pericoloso, aveva avuto per loro tutto un altro sapore e pulsava nelle vene incarnando come mai il concetto di avvenire. L'insopportabile peso dei soprusi che fino allora aveva popolato le loro convinzioni guerriere, ora si incoronava del bisogno che ogni amore muove quando la vita con le sue istanze viene a bussare alla tua porta e allora capisci che tocca proprio a te, che non si può rimandare.

Eppure quel giorno di novembre, mentre il paesaggio scalpitava velocemente dietro i finestrini appannati e la nebbia pareva non voler diradare, quella fatalità che ogni volta li aveva portati, fermi sicuri, nei loro vent'anni, lungo la strada della libertà da riconquistare, quella certezza pareva venir meno: tarpata da un senso più forte di paura, da un sentore più alto di rischio.

Elisa lo ascoltava parlare di minuscole precisazioni, di mosse parallele e sincronizzate, ma sembrava cercare con gli occhi una forza che ancora quel giorno non possedeva, un coraggio che sia lui che lei dovevano ancora fermentare.

Quando l'automobile si fermò nella piccola piazza di Lezzeno non era ancora ora di destinare. Scesero insieme ai bagagli davanti alla pensione che li avrebbe ospitati e, silenziosi e circospetti, entrarono recitando un sorriso da matrimonio appena celebrato, una luna di miele da consumare, un copione che se tradiva la realtà, certo non smentiva la speranza.

Un signore bruno, dai lunghi baffi cortesi, li accompagnò sino alla loro camera, gli auguro una buona permanenza e chiuse la porta dietro alle sue spalle. Appena se ne fu andato, Giampiero si mise a ridere: "Se sapesse perché siamo qui non sarebbe così ossequioso," ma era un riso teso e nervoso. Elisa lo abbracciò, senza replicare.

Non sapevano a che ora sarebbe passata la macchina con i comandanti delle SS ma sicuramente sarebbe successo tra quella notte e la mattina seguente. Decisero che avrebbero fatto dei turni di guardia. Da quella postazione potevano facilmente avvistare l'auto prima che questa si trovasse nel luogo predisposto all'attacco.

Fu una notte lunga e silenziosa, abbagliata da allarmi immotivati, sogni interrotti e fitti dialoghi che andavano a costruire promettenti e fiduciosi domani, esorcizzando il presente.

Poi, verso il mattino, Giampiero scorse l'auto scendere verso il paese. Elisa dormiva, turbata da un sonno agitato. Giampiero si volse e la destò dolcemente.

"È ora," disse, "Sei pronta?".
"Pronta," rispose Elisa, come se mai avesse dormito.

Giampiero sorrise. Indossò la giacca e il cappello e prese l'uscita. Non era il caso di baciarsi, di dare corpo con quel gesto a un qualsiasi presagio. Avrebbero avuto tempo dopo, tutto il tempo per amarsi, tutta la vita... insieme.

La strada lo accolse e un vento ghiacciato fece a pezzetti i suoi dubbi e le paure, l'eccitazione e l'angoscia.

Elisa guardò un'ultima volta dalla finestra che dava sulla piazza, lo vide correre verso il luogo dell'agguato, poi chiuse le tende per non essere scorta e cercò l'orologio per non perdere l'ora stabilita.

Non ebbe tempo di fare altro, gli spari la raggiunsero stupita e impreparata. Spalancò la porta della stanza con gli occhi che avvampavano terrore, scese di corsa le scale e si trovò improvvisa davanti alla tragedia.

Prima che le pallottole la colpissero, capì che qualcuno li aveva traditi.

Il peggio di me

L'idea di una vita di coppia, di un amore condiviso giorno per giorno, che sia tutta, come si usa dire (e sperare): "rose e fiori" è, come abbiamo cercato di descrivere nel post precedente, un'idea non solo fuorviante ma anche compromettente l'amore stesso e le sue possibili spinte rivoluzionarie, quelle spinte che ci obbligano ad un continuo ri-conoscimento, che ci mettono, cioè, nella possibilità (che proprio nell'incontro con l'Altro-diverso-da-me diviene feconda) di ri-conoscermi continuamente; una possibilità che coincide più con l'immagine del labirinto (coi suoi inciampi, le sue strade sbarrate, il suo smarrirsi e ritrovarsi, i suoi Minotauri da affrontare e sconfiggere) che non con quella della prateria sconfinata dove galoppare liberi da qualsivoglia impedimento.

C’è, in questo senso, una sequenza del film “Vi presento Joe Black” ("Meet Joe Black" regia di Martin Brest, USA 1998), remake del meno noto “La morte va in vacanza” (“Death Takes a Holiday”, regia di Mitchell Leisen, USA 1934) che vale quanto una seduta terapeutica. Vi si vede il bel Brad Pitt (interpreta la morte che, scesa sulla terra per prelevare un’anima, inciampa, suo malgrado, in una donna e se ne innamora) che, desideroso di conoscere le dinamiche dell’amore, chiede consiglio ad un amico mortale.

“Tu ami Elison, vero?” chiede la morte all’amico.
“Sì, è vero,” risponde quello.
“Ma Elison ti ama?” prosegue l’interrogatorio.
L’amico fa un cenno d'assenso col campo.
“E come fai a saperlo?” chiede la morte.
C’è un attimo di silenzio, l’uomo guarda la morte negli occhi e poi dice sereno:
“Perché conosce la parte peggiore di me e le sta bene.”.

Conosce la parte peggiore di me e le sta bene…

Quanti innamorati potrebbero dire lo stesso? Conosciamo davvero l’Altro anzi, meglio: siamo davvero disposti a conoscerlo, cioè ad aiutarlo a conoscersi, a ri-conoscersi, fino a fare emergere la sua parte peggiore, l’ombra junghiana che tutti ci pervade, per poi soccorrerlo nel contenerla, nel governarla, nel riattraversarla creativamente e costruttivamente?

Perché l’amore, forse, è proprio questa cosa: confessare all'Altro ciò che non siamo capaci di dire nemmeno a noi stessi, confessare la nostra più profonda solitudine, e, attraverso il suo accoglimento, imparare insieme non solo chi siamo davvero, ma anche, e forse soprattutto, chi potremmo essere; affinché poi, come conclude l’amico mortale spiegando alla morte il senso delle sue parole: “[…] Si è liberi, liberi di amarsi l’un l’altro totalmente, completamente… solo: senza paura.”.

Come sembra cozzare questa definizione dell’amore col "tutto rose e fiori" che, invece, troppo spesso, ci fanno credere, suggestionandoci coi vari (li)miti dell'amore: il mito della libertà che solletica il contemporaneo parossismo individualista, il mito dall'indipendenza che ci protegge dalla paura dell’Altro e ci fa stare tanto guardinghi da diventare sterili, ognuno stretto (e costretto) alle proprie piccole sicurezze, ma anche il mito della con-fusione che ospita la nostra incapacità di configgere senza sconfiggere...

“Pietà per coloro che si sposano per essere felici. Pietà per coloro che, per disgrazia, saranno troppo a lungo contenti di quella felicità anodina che si è loro augurata nel giorno delle nozze -troppo a lungo amanti dell'amore inoffensivo delle lune di miele! Pietà per coloro che saranno troppo a lungo fotogenici e presentabili come il giorno delle nozze! Sono fredde le gabbie di vetro, quando la luce delle vetrine si spegne! Il matrimonio ha per noi altre ambizioni. Il matrimonio non ci vuole presentabili, ci vuole vivi! -e ci farà perdere la faccia fino a che, sotto le nostre maschere, appariranno i nostri veri volti" (Christiane Singer, “Elogio del matrimonio, del vincolo e altre follie").

Quante coppie sono passate, passano e -ahinoi- passeranno negli studi dei terapeuti dell'amore: uomini e donne che non si sono disposti a perdere la faccia per regalare il loro vero volto a coloro che amano (come auguravamo alla coppia di amici nel post "Ti amerò per sempre in ogni per adesso") o, al contrario, perché, regalando il loro vero volto, non sono stati accolti e hanno invece trovato nell'Altro la paura e la fuga, il disimpegno, anziché il coraggio dell'accoglimento.

Vivere con l'Altro è una sfida, tanto più ardua quanto più i nostri confini relazionali si fanno prossimi e contigui. Una sfida che consta, anzitutto, nel mettere in discussione i nostri modi di pensare, di vedere e di immaginare condividendoli con l'Altro e, disposti, per l'Altro, a mutarli in un reciproco scambio di energie alteranti in cui giace la potenza di questo sentimento, ma anche la sua tragedia quando, invece di accogliere la forza contaminante dell'Altro, ci opponiamo ad essa avvertendone, anziché la bellezza, il pericolo.
L'idea di una vita di coppia, di un amore condiviso giorno per giorno, che sia tutta, come si usa dire (e sperare): "rose e fiori" è, come abbiamo cercato di descrivere nel post precedente, un'idea non solo fuorviante ma anche compromettente l'amore stesso e le sue possibili spinte rivoluzionarie, quelle spinte che ci obbligano ad un continuo ri-conoscimento, che ci mettono, cioè, nella possibilità (che proprio nell'incontro con l'Altro-diverso-da-me diviene feconda) di ri-conoscermi continuamente; una possibilità che coincide più con l'immagine del labirinto (coi suoi inciampi, le sue strade sbarrate, il suo smarrirsi e ritrovarsi, i suoi Minotauri da affrontare e sconfiggere) che non con quella della prateria sconfinata dove galoppare liberi da qualsivoglia impedimento.

C’è, in questo senso, una sequenza del film “Vi presento Joe Black” ("Meet Joe Black" regia di Martin Brest, USA 1998), remake del meno noto “La morte va in vacanza” (“Death Takes a Holiday”, regia di Mitchell Leisen, USA 1934) che vale quanto una seduta terapeutica. Vi si vede il bel Brad Pitt (interpreta la morte che, scesa sulla terra per prelevare un’anima, inciampa, suo malgrado, in una donna e se ne innamora) che, desideroso di conoscere le dinamiche dell’amore, chiede consiglio ad un amico mortale.

“Tu ami Elison, vero?” chiede la morte all’amico.
“Sì, è vero,” risponde quello.
“Ma Elison ti ama?” prosegue l’interrogatorio.
L’amico fa un cenno d'assenso col campo.
“E come fai a saperlo?” chiede la morte.
C’è un attimo di silenzio, l’uomo guarda la morte negli occhi e poi dice sereno:
“Perché conosce la parte peggiore di me e le sta bene.”.

Conosce la parte peggiore di me e le sta bene…

Quanti innamorati potrebbero dire lo stesso? Conosciamo davvero l’Altro anzi, meglio: siamo davvero disposti a conoscerlo, cioè ad aiutarlo a conoscersi, a ri-conoscersi, fino a fare emergere la sua parte peggiore, l’ombra junghiana che tutti ci pervade, per poi soccorrerlo nel contenerla, nel governarla, nel riattraversarla creativamente e costruttivamente?

Perché l’amore, forse, è proprio questa cosa: confessare all'Altro ciò che non siamo capaci di dire nemmeno a noi stessi, confessare la nostra più profonda solitudine, e, attraverso il suo accoglimento, imparare insieme non solo chi siamo davvero, ma anche, e forse soprattutto, chi potremmo essere; affinché poi, come conclude l’amico mortale spiegando alla morte il senso delle sue parole: “[…] Si è liberi, liberi di amarsi l’un l’altro totalmente, completamente… solo: senza paura.”.

Come sembra cozzare questa definizione dell’amore col "tutto rose e fiori" che, invece, troppo spesso, ci fanno credere, suggestionandoci coi vari (li)miti dell'amore: il mito della libertà che solletica il contemporaneo parossismo individualista, il mito dall'indipendenza che ci protegge dalla paura dell’Altro e ci fa stare tanto guardinghi da diventare sterili, ognuno stretto (e costretto) alle proprie piccole sicurezze, ma anche il mito della con-fusione che ospita la nostra incapacità di configgere senza sconfiggere...

“Pietà per coloro che si sposano per essere felici. Pietà per coloro che, per disgrazia, saranno troppo a lungo contenti di quella felicità anodina che si è loro augurata nel giorno delle nozze -troppo a lungo amanti dell'amore inoffensivo delle lune di miele! Pietà per coloro che saranno troppo a lungo fotogenici e presentabili come il giorno delle nozze! Sono fredde le gabbie di vetro, quando la luce delle vetrine si spegne! Il matrimonio ha per noi altre ambizioni. Il matrimonio non ci vuole presentabili, ci vuole vivi! -e ci farà perdere la faccia fino a che, sotto le nostre maschere, appariranno i nostri veri volti" (Christiane Singer, “Elogio del matrimonio, del vincolo e altre follie").

Quante coppie sono passate, passano e -ahinoi- passeranno negli studi dei terapeuti dell'amore: uomini e donne che non si sono disposti a perdere la faccia per regalare il loro vero volto a coloro che amano (come auguravamo alla coppia di amici nel post "Ti amerò per sempre in ogni per adesso") o, al contrario, perché, regalando il loro vero volto, non sono stati accolti e hanno invece trovato nell'Altro la paura e la fuga, il disimpegno, anziché il coraggio dell'accoglimento.

Vivere con l'Altro è una sfida, tanto più ardua quanto più i nostri confini relazionali si fanno prossimi e contigui. Una sfida che consta, anzitutto, nel mettere in discussione i nostri modi di pensare, di vedere e di immaginare condividendoli con l'Altro e, disposti, per l'Altro, a mutarli in un reciproco scambio di energie alteranti in cui giace la potenza di questo sentimento, ma anche la sua tragedia quando, invece di accogliere la forza contaminante dell'Altro, ci opponiamo ad essa avvertendone, anziché la bellezza, il pericolo.

Pro-Gettare l'Amore

Come abbiamo cercato di descrivere nel post precedente, un profondo legame unisce amore e morte, poiché l'uno vive e s'alimenta nelle braccia dell'altra. Pulsione di vita e pulsione di morte, definisce Sigmund Freud i protagonisti di questo legame, ripescando il mito di Eros e Thanatos: sponde estreme di un insanabile conflitto che abita l'umano e lo trascina lungo le spirali dell'esistenza.

Si tratta di due pulsioni che agiscono in modo conservativo, generando una lotta e al contempo un compromesso per restare in vita e affinché la vita si doti di senso, o di quella molteplicità di sensi che chiamiamo cultura (nei suoi differenti modi di farci vivere e interpretare la realtà) e che solo l'umano tra i viventi sembra mosso a generare, producendo un'infinità di oggetti di sé per lanciarli (e con essi lanciarsi) fuori da sé, nell'universo dei simboli che compongono la complessità umana.

Come abbiamo cercato di descrivere nel post precedente, un profondo legame unisce amore e morte, poiché l'uno vive e s'alimenta nelle braccia dell'altra. Pulsione di vita e pulsione di morte, definisce Sigmund Freud i protagonisti di questo legame, ripescando il mito di Eros e Thanatos: sponde estreme di un insanabile conflitto che abita l'umano e lo trascina lungo le spirali dell'esistenza.

Si tratta di due pulsioni che agiscono in modo conservativo, generando una lotta e al contempo un compromesso per restare in vita e affinché la vita si doti di senso, o di quella molteplicità di sensi che chiamiamo cultura (nei suoi differenti modi di farci vivere e interpretare la realtà) e che solo l'umano tra i viventi sembra mosso a generare, producendo un'infinità di oggetti di sé per lanciarli (e con essi lanciarsi) fuori da sé, nell'universo dei simboli che compongono la complessità umana.

Amore: toglimento di morte

Nello scorso post ("A guardia della tua solitudine") abbiamo accennato alla stretta comunanza tra amore e morte nel cui alveo scorre il connaturato senso di solitudine che la nostra finitudine (la morte) alimenta e che, proprio nelle braccia dell'amore, trova un qualche lenimento.

“Io penso che l’amore vero, autentico, crei una tregua dalla morte," dice Ernest Hemingway al giovane Gill, catapultato nella Parigi degli anni Venti in uno degli ultimi film di Woody Allen ("Midnight in Paris"), "la vigliaccheria deriva dal non amare o dall'amare male, che è la stessa cosa, e quando un uomo vero e coraggioso guarda la morte dritta in faccia come certi cacciatori di rinoceronti o come Belmonte che è davvero coraggioso, è perché ama con sufficiente passione da fugare la morte dalla sua mente, finché lei non ritorna, come fa con tutti… e allora bisogna di nuovo far bene l’amore...”.
Nello scorso post ("A guardia della tua solitudine") abbiamo accennato alla stretta comunanza tra amore e morte nel cui alveo scorre il connaturato senso di solitudine che la nostra finitudine (la morte) alimenta e che, proprio nelle braccia dell'amore, trova un qualche lenimento.

“Io penso che l’amore vero, autentico, crei una tregua dalla morte," dice Ernest Hemingway al giovane Gill, catapultato nella Parigi degli anni Venti in uno degli ultimi film di Woody Allen ("Midnight in Paris"), "la vigliaccheria deriva dal non amare o dall'amare male, che è la stessa cosa, e quando un uomo vero e coraggioso guarda la morte dritta in faccia come certi cacciatori di rinoceronti o come Belmonte che è davvero coraggioso, è perché ama con sufficiente passione da fugare la morte dalla sua mente, finché lei non ritorna, come fa con tutti… e allora bisogna di nuovo far bene l’amore...”.

A guardia della tua solitudine


Nei post precedenti ("il mito dell'indipendenza" e "Il mito della (con)fusione") abbiamo osservato come l'amore, quando si fa con-vivente, cioè tenuto in vita, nutrito, progettato, giorno per giorno, da due persone che decidono consapevolmente di alimentario, questo amore rappresenta, per sua stessa natura, una rinuncia alla totale indipendenza, così come necessità di non precipitare in forme spersonalizzanti di dipendenza, per aprirsi, invece, con la necessaria dose di fatica e di coraggio al gioco dell'interdipendenza.

Come bene ci informa Jorge Amado per bocca di una delle sue affascinanti eroine, quella Dona Flor che ebbe contemporaneamente due mariti e tanto imparò sulle cose dell'amore ("Dona Flor e i suoi due mariti"), ognuno è prigioniero della propria individualità e l'idea che si possa essere così contigui all'Altro da potersi fondere totalmente, è una bella metafora con la quale ci trastulliamo, alla quale forse miriamo ma sapendo in cuor nostro, che mai accadrà veramente, anzi che, laddove dovesse accadere, sarebbe un vero disastro, poiché la totale coincidenza con il corpo e l'anima dell'amato non farebbe che riprodurre la nostra immagine in uno specchio incapace di qualsivoglia rifrazione se non, paradossalmente, l'immagine della fine dell'amore.

Invece, quando Teodoro, suo secondo marito, dice a Dona Flor: "Noi non ci nasconderemo mai nulla, vero? Noi ci diremo sempre tutto," la saggia Flor gli risponde: "Tutto no, Teodoro, tu non sai quale oscuro pozzo sia il cuore della gente.".

Questa posizione, un po' paradossale, che costringe l'amore a farsi continuamente elastico tra la necessità di perdersi nell'Altro (vedi il post: "Perdere se stessi") e la necessità che non accada veramente, è il compito cui ogni giorno siamo chiamati, per difendere e alimentare il nostro amore dal pericolo della crisi.

Questo pozzo oscuro che alberga in ognuno di noi, rappresenta, infatti, uno dei tratti caratteristici dell'umano: il nostro essere in perenne balia della consapevolezza di esserci e, al contempo, di non esserci stati e, un giorno, di non esserci più, che si declina in molteplici strategie di evitamento, ma anche coraggiose azioni di confronto e di superamento di questa intrinseca solitudine di cui l'amore bene rappresenta la complessità, comprendendo, più di altre manifestazioni umane: evitamento, confronto e superamento, in una perenne lotta che è tanto più feconda quanto più non ha pace.

Viene allora in mente e si comprende la splendida definizione del grande poeta Rainer Maria Rilke quando afferma che amare è "stare a guardia della solitudine altrui", che non significa, appunto, esaurirla, colmarla, riempiendo, con la nostra ingombrante presenza, il vuoto che ci connatura e su cui ognuno di noi è chiamato -invece- attivamente a lavorare (a prescindere da qualsivoglia Altro che gli sta affianco), significa, bensì: nutrirla, aiutare l'altro a com-prenderla (prenderla dentro di sé) e coltivarla (non rifuggirla), permettendole anche di sedarsi, ma senza mai precipitare nel rischio che questa solitudine scompaia.

È questa solitudine, infatti, che non solo ci spinge a cercare l'Altro, desiderandolo tanto da voler fonderci con lui nello spirito e nella carne, affinché la solitudine, almeno per un attimo, si attenui e con lei la condanna della nostra mortalità che l'alimenta ma, soprattutto, che ci spinge a cercare noi stessi, ma di questo avremo modo di riflettere nel prossimo post...

Nei post precedenti ("il mito dell'indipendenza" e "Il mito della (con)fusione") abbiamo osservato come l'amore, quando si fa con-vivente, cioè tenuto in vita, nutrito, progettato, giorno per giorno, da due persone che decidono consapevolmente di alimentario, questo amore rappresenta, per sua stessa natura, una rinuncia alla totale indipendenza, così come necessità di non precipitare in forme spersonalizzanti di dipendenza, per aprirsi, invece, con la necessaria dose di fatica e di coraggio al gioco dell'interdipendenza.

Come bene ci informa Jorge Amado per bocca di una delle sue affascinanti eroine, quella Dona Flor che ebbe contemporaneamente due mariti e tanto imparò sulle cose dell'amore ("Dona Flor e i suoi due mariti"), ognuno è prigioniero della propria individualità e l'idea che si possa essere così contigui all'Altro da potersi fondere totalmente, è una bella metafora con la quale ci trastulliamo, alla quale forse miriamo ma sapendo in cuor nostro, che mai accadrà veramente, anzi che, laddove dovesse accadere, sarebbe un vero disastro, poiché la totale coincidenza con il corpo e l'anima dell'amato non farebbe che riprodurre la nostra immagine in uno specchio incapace di qualsivoglia rifrazione se non, paradossalmente, l'immagine della fine dell'amore.

Invece, quando Teodoro, suo secondo marito, dice a Dona Flor: "Noi non ci nasconderemo mai nulla, vero? Noi ci diremo sempre tutto," la saggia Flor gli risponde: "Tutto no, Teodoro, tu non sai quale oscuro pozzo sia il cuore della gente.".

Questa posizione, un po' paradossale, che costringe l'amore a farsi continuamente elastico tra la necessità di perdersi nell'Altro (vedi il post: "Perdere se stessi") e la necessità che non accada veramente, è il compito cui ogni giorno siamo chiamati, per difendere e alimentare il nostro amore dal pericolo della crisi.

Questo pozzo oscuro che alberga in ognuno di noi, rappresenta, infatti, uno dei tratti caratteristici dell'umano: il nostro essere in perenne balia della consapevolezza di esserci e, al contempo, di non esserci stati e, un giorno, di non esserci più, che si declina in molteplici strategie di evitamento, ma anche coraggiose azioni di confronto e di superamento di questa intrinseca solitudine di cui l'amore bene rappresenta la complessità, comprendendo, più di altre manifestazioni umane: evitamento, confronto e superamento, in una perenne lotta che è tanto più feconda quanto più non ha pace.

Viene allora in mente e si comprende la splendida definizione del grande poeta Rainer Maria Rilke quando afferma che amare è "stare a guardia della solitudine altrui", che non significa, appunto, esaurirla, colmarla, riempiendo, con la nostra ingombrante presenza, il vuoto che ci connatura e su cui ognuno di noi è chiamato -invece- attivamente a lavorare (a prescindere da qualsivoglia Altro che gli sta affianco), significa, bensì: nutrirla, aiutare l'altro a com-prenderla (prenderla dentro di sé) e coltivarla (non rifuggirla), permettendole anche di sedarsi, ma senza mai precipitare nel rischio che questa solitudine scompaia.

È questa solitudine, infatti, che non solo ci spinge a cercare l'Altro, desiderandolo tanto da voler fonderci con lui nello spirito e nella carne, affinché la solitudine, almeno per un attimo, si attenui e con lei la condanna della nostra mortalità che l'alimenta ma, soprattutto, che ci spinge a cercare noi stessi, ma di questo avremo modo di riflettere nel prossimo post...

Dai ancora, ancora, e ancora...

Il desiderio, come l'amore (vedi il post "Coniugare l'amore: tempo presente") è dunque, per antonomasia, il luogo dell’immaginazione, dove il sapere razionale tocca il suo limite e l’inganno mette in scena i suoi fantasmi facendoci credere che si possa davvero guadagnare il godimento assoluto (l'Amore). 

È un buco, oltre i cui bordi che ne determinano il perimetro, si affaccia il Reale con i suoi spaventevoli scenari che solo un’immaginazione continuamente immaginante, che sappia alimentare il desiderio senza soddisfarlo, è in grado di contenere e di curare. 

Il desiderio, come l'amore (vedi il post "Coniugare l'amore: tempo presente") è dunque, per antonomasia, il luogo dell’immaginazione, dove il sapere razionale tocca il suo limite e l’inganno mette in scena i suoi fantasmi facendoci credere che si possa davvero guadagnare il godimento assoluto (l'Amore). 

È un buco, oltre i cui bordi che ne determinano il perimetro, si affaccia il Reale con i suoi spaventevoli scenari che solo un’immaginazione continuamente immaginante, che sappia alimentare il desiderio senza soddisfarlo, è in grado di contenere e di curare. 

Educare il desiderio: amare a zig zag


Nella metafora che attraversa le «Mille e una notte», le storie che la bella Shahrazad racconta al sultano, altro non fanno che tentare di ripristinare un desiderio che ha perduto il senso della propria normalità e, ogni notte, dopo aver trovato appagamento, taglia la testa all’oggetto del suo godimento, le sue amanti. Shahrazad curerà il sultano e si salverà dalla sua follia proprio educandolo o rieducandolo al differimento del desiderio che, continuamente rinviato, dopo mille e una notte, ritroverà la strada della normalità.

Quando non siamo in grado di governare il desiderio, ci illumina Freud, il regno delle pulsioni, delle energie libere, prende il sopravvento, l'energia cerca allora uno sfogo immediato e non è disposta a tollerare alcun differimento della gratificazione; ed è lì che ha luogo il trauma che mette fuori uso il principio di piacere.


Nella metafora che attraversa le «Mille e una notte», le storie che la bella Shahrazad racconta al sultano, altro non fanno che tentare di ripristinare un desiderio che ha perduto il senso della propria normalità e, ogni notte, dopo aver trovato appagamento, taglia la testa all’oggetto del suo godimento, le sue amanti. Shahrazad curerà il sultano e si salverà dalla sua follia proprio educandolo o rieducandolo al differimento del desiderio che, continuamente rinviato, dopo mille e una notte, ritroverà la strada della normalità.

Quando non siamo in grado di governare il desiderio, ci illumina Freud, il regno delle pulsioni, delle energie libere, prende il sopravvento, l'energia cerca allora uno sfogo immediato e non è disposta a tollerare alcun differimento della gratificazione; ed è lì che ha luogo il trauma che mette fuori uso il principio di piacere.

 
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