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Li-miti dell'Amore: il Mito dell'antiedipo

Un altro mito molto attuale e insidioso per la coppia, è quello che potremmo chiamare “dell’Antiedipo”, pensando, con un certo qui funzionale riduzionismo, alla famosa vicenda narrata da Sofocle in "Edipo re", dove il sovrano di Tebe, dopo una serie di intricate vicende finisce, senza saperlo e con tutta la iattura del caso, per uccidere il padre e sposare sua madre Giacosa.

Il mito di Edipo si presta, infatti, a molteplici riflessioni che vanno ben al di là del popolare e superato complesso di lettura freudiana, riflessioni che potremmo più genericamente declinare quale pretesto narrativo per metaforizzare le dinamiche inconsce nelle relazioni intra-familiari. Tra queste metafore non farà dunque difetto il nostro prendere a prestito questa storia per rintracciarne una mitizzazione a mio avviso molto in voga, suppur nella sua veste rovesciata, nelle coppie contemporanee.

Sofocle, attraverso la sventura di Edipo, ci racconta, anzitutto, la complessità che sempre si instaura nel rapporto con coloro che ci hanno generato e che, durante la nostra crescita, ci forniscono, soprattutto nei primi anni di vita, i pattern per leggere, interpretare e determinare il mondo; compresi quindi quei pattern che da adulti (insieme a componenti culturali, sociali, etc.) ci fanno ritenere una persona desiderabile. Si pensi agli stili di attaccamento primario postulati da Bowlby (di cui in questo blog abbiano già avuto modo di parlare diffusamente nei post: "Amare con stile" e nei successivi stili affettivi: "Secure", "Obsession", "Freezer" e "Stick") a partire dai quali il bambino configura i modelli di tutte le relazioni affettive future: nell'infanzia, come nell'adolescenza e nella vita adulta.

La mamma, il papà, sono le prime persone con cui, in diversi modi, sperimentiamo l’innamoramento; le prime persone che desideriamo e da cui ci sentiamo desiderati; è quindi del tutto naturale, quasi meccanicistico, conseguente, che questo modo di desiderare e essere desiderati lo si trasporti anche nelle relazioni di coppia extrafamiliari di modo che, tra i vari fantasmi, le varie immagini, che cerchiamo nell'Altro ci sia, in qualche modo, per sovrapposizione o per opposizione, anche il fantasma della mamma o del papà.

Ci innamoriamo dell’Altro, dunque, proprio perché, insieme ad altre componenti, egli ci restituisce qualche elemento di quel rapporto amoroso, ingenuo e mitizzato che per la prima volta abbiamo conosciuto con i nostri genitori, e non per forza per similitudine, anzi, magari proprio cercando quello che avremmo voluto ma che mamma o papà non sono mai riusciti a darci.

L’Altro di cui ci innamoriamo diventa, allora, per noi, anche una sorta di tentativo di riavvicinamento con la figura materna o paterna, ma senza che questo abbia nulla di patologico, almeno fino a quando tale tentativo, tale ruolo, è amalgamato alla molteplicità dei ruoli in gioco nella relazione amorosa e tra questi in continua alternanza, affinché nessuno di essi si cristallizzi in rigide strutture monolitiche e dominanti.

Il fatto di avvertire una certa attrazione nell'Altro che amiamo che risenta, in qualche modo, della presenza dei nostri genitori, è del tutto normale; rischia di divenire insana solo laddove questa presenza si fa eccessivamente ingombrante o laddove se ne genera un suo azzeramento.

Oggi, il riflusso di un certo femminismo che si manifesta in forme sempre più superflue e bislacche (mentre ha indietreggiato all'inverosimile rispetto ai suoi significati più civili e profondi, subendo e accettando una riduzione del femminile a carne da bordello o a forme di riproduzione machiste), insieme alla caduta verticale del ruolo del maschio (le cui reazioni violente all'avvicendarsi del femminile, come soggetto storico libero e indipendente, non sono che il segnale più evidente di questo declino) sembrano fare emergere sempre più frequentemente il rifiuto di darsi in forme materne e paterne nella relazione con l'Altro che amiamo.

Il legittimo sbotto: “Io non sono mica tua madre,” di certe donne esasperate, pare oggi sintetizzare, insieme al rifiuto, la difficoltà e l'incapacità di ricoprire quel ruolo, valicando ogni confine di genere e di senso, fino a negare, sia nei maschi che nelle femmine, non solo la possibilità ma finanche la necessità (per citare solo alcuni archetipi) di essere maternamente accolti e paternamente protetti.

In questo senso parliamo del mito dell’Antiedipo, ossia di una sorta di opposizione o difficoltà a ricoprire nella relazione di coppia il ruolo della madre o del padre (e non per forza vincolati per genere), di restituire, cioè, costruttivamente all'Altro quei modelli interiorizzati di cura, accoglienza, disponibilità, tenerezza per quel che concerne il materno e, per quel che attiene al paterno: di protezione, responsabilità, sicurezza, forza, che avevano caratterizzato la nostra vita infantile e che anche nella relazione più matura desideriamo, in alcune situazioni, ritrovare per avere conferma profonda del nostro essere desiderati.
Un altro mito molto attuale e insidioso per la coppia, è quello che potremmo chiamare “dell’Antiedipo”, pensando, con un certo qui funzionale riduzionismo, alla famosa vicenda narrata da Sofocle in "Edipo re", dove il sovrano di Tebe, dopo una serie di intricate vicende finisce, senza saperlo e con tutta la iattura del caso, per uccidere il padre e sposare sua madre Giacosa.

Il mito di Edipo si presta, infatti, a molteplici riflessioni che vanno ben al di là del popolare e superato complesso di lettura freudiana, riflessioni che potremmo più genericamente declinare quale pretesto narrativo per metaforizzare le dinamiche inconsce nelle relazioni intra-familiari. Tra queste metafore non farà dunque difetto il nostro prendere a prestito questa storia per rintracciarne una mitizzazione a mio avviso molto in voga, suppur nella sua veste rovesciata, nelle coppie contemporanee.

Sofocle, attraverso la sventura di Edipo, ci racconta, anzitutto, la complessità che sempre si instaura nel rapporto con coloro che ci hanno generato e che, durante la nostra crescita, ci forniscono, soprattutto nei primi anni di vita, i pattern per leggere, interpretare e determinare il mondo; compresi quindi quei pattern che da adulti (insieme a componenti culturali, sociali, etc.) ci fanno ritenere una persona desiderabile. Si pensi agli stili di attaccamento primario postulati da Bowlby (di cui in questo blog abbiano già avuto modo di parlare diffusamente nei post: "Amare con stile" e nei successivi stili affettivi: "Secure", "Obsession", "Freezer" e "Stick") a partire dai quali il bambino configura i modelli di tutte le relazioni affettive future: nell'infanzia, come nell'adolescenza e nella vita adulta.

La mamma, il papà, sono le prime persone con cui, in diversi modi, sperimentiamo l’innamoramento; le prime persone che desideriamo e da cui ci sentiamo desiderati; è quindi del tutto naturale, quasi meccanicistico, conseguente, che questo modo di desiderare e essere desiderati lo si trasporti anche nelle relazioni di coppia extrafamiliari di modo che, tra i vari fantasmi, le varie immagini, che cerchiamo nell'Altro ci sia, in qualche modo, per sovrapposizione o per opposizione, anche il fantasma della mamma o del papà.

Ci innamoriamo dell’Altro, dunque, proprio perché, insieme ad altre componenti, egli ci restituisce qualche elemento di quel rapporto amoroso, ingenuo e mitizzato che per la prima volta abbiamo conosciuto con i nostri genitori, e non per forza per similitudine, anzi, magari proprio cercando quello che avremmo voluto ma che mamma o papà non sono mai riusciti a darci.

L’Altro di cui ci innamoriamo diventa, allora, per noi, anche una sorta di tentativo di riavvicinamento con la figura materna o paterna, ma senza che questo abbia nulla di patologico, almeno fino a quando tale tentativo, tale ruolo, è amalgamato alla molteplicità dei ruoli in gioco nella relazione amorosa e tra questi in continua alternanza, affinché nessuno di essi si cristallizzi in rigide strutture monolitiche e dominanti.

Il fatto di avvertire una certa attrazione nell'Altro che amiamo che risenta, in qualche modo, della presenza dei nostri genitori, è del tutto normale; rischia di divenire insana solo laddove questa presenza si fa eccessivamente ingombrante o laddove se ne genera un suo azzeramento.

Oggi, il riflusso di un certo femminismo che si manifesta in forme sempre più superflue e bislacche (mentre ha indietreggiato all'inverosimile rispetto ai suoi significati più civili e profondi, subendo e accettando una riduzione del femminile a carne da bordello o a forme di riproduzione machiste), insieme alla caduta verticale del ruolo del maschio (le cui reazioni violente all'avvicendarsi del femminile, come soggetto storico libero e indipendente, non sono che il segnale più evidente di questo declino) sembrano fare emergere sempre più frequentemente il rifiuto di darsi in forme materne e paterne nella relazione con l'Altro che amiamo.

Il legittimo sbotto: “Io non sono mica tua madre,” di certe donne esasperate, pare oggi sintetizzare, insieme al rifiuto, la difficoltà e l'incapacità di ricoprire quel ruolo, valicando ogni confine di genere e di senso, fino a negare, sia nei maschi che nelle femmine, non solo la possibilità ma finanche la necessità (per citare solo alcuni archetipi) di essere maternamente accolti e paternamente protetti.

In questo senso parliamo del mito dell’Antiedipo, ossia di una sorta di opposizione o difficoltà a ricoprire nella relazione di coppia il ruolo della madre o del padre (e non per forza vincolati per genere), di restituire, cioè, costruttivamente all'Altro quei modelli interiorizzati di cura, accoglienza, disponibilità, tenerezza per quel che concerne il materno e, per quel che attiene al paterno: di protezione, responsabilità, sicurezza, forza, che avevano caratterizzato la nostra vita infantile e che anche nella relazione più matura desideriamo, in alcune situazioni, ritrovare per avere conferma profonda del nostro essere desiderati.

Pro-Gettare l'Amore

Come abbiamo cercato di descrivere nel post precedente, un profondo legame unisce amore e morte, poiché l'uno vive e s'alimenta nelle braccia dell'altra. Pulsione di vita e pulsione di morte, definisce Sigmund Freud i protagonisti di questo legame, ripescando il mito di Eros e Thanatos: sponde estreme di un insanabile conflitto che abita l'umano e lo trascina lungo le spirali dell'esistenza.

Si tratta di due pulsioni che agiscono in modo conservativo, generando una lotta e al contempo un compromesso per restare in vita e affinché la vita si doti di senso, o di quella molteplicità di sensi che chiamiamo cultura (nei suoi differenti modi di farci vivere e interpretare la realtà) e che solo l'umano tra i viventi sembra mosso a generare, producendo un'infinità di oggetti di sé per lanciarli (e con essi lanciarsi) fuori da sé, nell'universo dei simboli che compongono la complessità umana.

Come abbiamo cercato di descrivere nel post precedente, un profondo legame unisce amore e morte, poiché l'uno vive e s'alimenta nelle braccia dell'altra. Pulsione di vita e pulsione di morte, definisce Sigmund Freud i protagonisti di questo legame, ripescando il mito di Eros e Thanatos: sponde estreme di un insanabile conflitto che abita l'umano e lo trascina lungo le spirali dell'esistenza.

Si tratta di due pulsioni che agiscono in modo conservativo, generando una lotta e al contempo un compromesso per restare in vita e affinché la vita si doti di senso, o di quella molteplicità di sensi che chiamiamo cultura (nei suoi differenti modi di farci vivere e interpretare la realtà) e che solo l'umano tra i viventi sembra mosso a generare, producendo un'infinità di oggetti di sé per lanciarli (e con essi lanciarsi) fuori da sé, nell'universo dei simboli che compongono la complessità umana.

Educare il desiderio: amare a zig zag


Nella metafora che attraversa le «Mille e una notte», le storie che la bella Shahrazad racconta al sultano, altro non fanno che tentare di ripristinare un desiderio che ha perduto il senso della propria normalità e, ogni notte, dopo aver trovato appagamento, taglia la testa all’oggetto del suo godimento, le sue amanti. Shahrazad curerà il sultano e si salverà dalla sua follia proprio educandolo o rieducandolo al differimento del desiderio che, continuamente rinviato, dopo mille e una notte, ritroverà la strada della normalità.

Quando non siamo in grado di governare il desiderio, ci illumina Freud, il regno delle pulsioni, delle energie libere, prende il sopravvento, l'energia cerca allora uno sfogo immediato e non è disposta a tollerare alcun differimento della gratificazione; ed è lì che ha luogo il trauma che mette fuori uso il principio di piacere.


Nella metafora che attraversa le «Mille e una notte», le storie che la bella Shahrazad racconta al sultano, altro non fanno che tentare di ripristinare un desiderio che ha perduto il senso della propria normalità e, ogni notte, dopo aver trovato appagamento, taglia la testa all’oggetto del suo godimento, le sue amanti. Shahrazad curerà il sultano e si salverà dalla sua follia proprio educandolo o rieducandolo al differimento del desiderio che, continuamente rinviato, dopo mille e una notte, ritroverà la strada della normalità.

Quando non siamo in grado di governare il desiderio, ci illumina Freud, il regno delle pulsioni, delle energie libere, prende il sopravvento, l'energia cerca allora uno sfogo immediato e non è disposta a tollerare alcun differimento della gratificazione; ed è lì che ha luogo il trauma che mette fuori uso il principio di piacere.

L’inganno del desiderio


L’uomo è un essere desiderante. Il desiderio è la sua forza, la sua energia, ciò che lo tiene in vita ma, paradossalmente, il solo modo di conservare il proprio io desiderante e di farlo prosperare, è quello di rinunciare alla sua soddisfazione. L’uomo, cioè, si afferma attraverso il desiderio, ma non attraverso la realizzazione del desiderio che, invece, sminuisce l’io, lo imprigiona e, metaforicamente parlando, lo uccide.

La psicanalisi ci insegna che l’animale umano vive proteso alla ricerca della soddisfazione del desiderio: ricerca della felicità, del godimento, anzi, di un godimento assoluto ma, allo stesso tempo, nel suo profondo, si oppone con forza a tale realizzazione, poiché intuisce, seppur inconsciamente, che questa felicità assoluta, concretandosi, lo travolgerebbe, inghiottendo la sua esserità.

Epicuro dirà che l’individuo si muove spinto dalla ricerca del proprio piacere e interesse ma che non è capace di raggiungerlo, nel senso che ad ogni desiderio soddisfatto subito se ne avvicenda uno nuovo, dando vita a una catena senza fine. Similmente, Sigmund Freud afferma che la differenza fra il piacere agognato e quello raggiunto, determina nell'uomo quel benevolo e vitale impulso che gli consente di protrarsi in avanti. In questo senso, il desiderio si definisce come perenne bisogno di una soddisfazione che la realtà non può offrire.

Sembrerebbe quasi che l’obiettivo finale dell’uomo, quale essere desiderante, sia il desiderio stesso, il desiderio in quanto possibilità di desiderare. Infatti, se il desiderio non può essere raggiunto, pena il suo annientamento, significa che il desiderio una volta esaudito, è anche, in qualche modo, esaurito. Raggiungere il desiderio vuole dire, allora, far morire il desiderio e, di riflesso -dicevamo- l’io desiderante che lo effonde.

L'amore, dunque, e l'amore contemporaneo soprattutto, dovrebbe imparare a stare su questo fragile crinale, in bilico perenne tra la soddisfazione del già esaudito e la necessità dell'esaudire. Ma, ancora una volta, è esercizio che bisogna imparare.

L’uomo è un essere desiderante. Il desiderio è la sua forza, la sua energia, ciò che lo tiene in vita ma, paradossalmente, il solo modo di conservare il proprio io desiderante e di farlo prosperare, è quello di rinunciare alla sua soddisfazione. L’uomo, cioè, si afferma attraverso il desiderio, ma non attraverso la realizzazione del desiderio che, invece, sminuisce l’io, lo imprigiona e, metaforicamente parlando, lo uccide.

La psicanalisi ci insegna che l’animale umano vive proteso alla ricerca della soddisfazione del desiderio: ricerca della felicità, del godimento, anzi, di un godimento assoluto ma, allo stesso tempo, nel suo profondo, si oppone con forza a tale realizzazione, poiché intuisce, seppur inconsciamente, che questa felicità assoluta, concretandosi, lo travolgerebbe, inghiottendo la sua esserità.

Epicuro dirà che l’individuo si muove spinto dalla ricerca del proprio piacere e interesse ma che non è capace di raggiungerlo, nel senso che ad ogni desiderio soddisfatto subito se ne avvicenda uno nuovo, dando vita a una catena senza fine. Similmente, Sigmund Freud afferma che la differenza fra il piacere agognato e quello raggiunto, determina nell'uomo quel benevolo e vitale impulso che gli consente di protrarsi in avanti. In questo senso, il desiderio si definisce come perenne bisogno di una soddisfazione che la realtà non può offrire.

Sembrerebbe quasi che l’obiettivo finale dell’uomo, quale essere desiderante, sia il desiderio stesso, il desiderio in quanto possibilità di desiderare. Infatti, se il desiderio non può essere raggiunto, pena il suo annientamento, significa che il desiderio una volta esaudito, è anche, in qualche modo, esaurito. Raggiungere il desiderio vuole dire, allora, far morire il desiderio e, di riflesso -dicevamo- l’io desiderante che lo effonde.

L'amore, dunque, e l'amore contemporaneo soprattutto, dovrebbe imparare a stare su questo fragile crinale, in bilico perenne tra la soddisfazione del già esaudito e la necessità dell'esaudire. Ma, ancora una volta, è esercizio che bisogna imparare.
 
amoreCiao Copyright © 2012 by Massimo Silvano Galli