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Giuseppe Love Maria - un amore Natale

"Nel Grembo umido, scuro del tempio, / l'ombra era fredda, gonfia d'incenso. / L'angelo scese, come ogni sera, / ad insegnarmi una nuova preghiera: / poi, d'improvviso, mi sciolse le mani / e le mie braccia divennero ali, / quando mi chiese: "Conosci l'estate" / io, per un giorno, per un momento, / corsi a vedere il colore del vento. / Volammo davvero sopra le case, / oltre i cancelli, gli orti, le strade, / poi scivolammo tra valli fiorite / dove all'ulivo si abbraccia la vite. / Scendemmo là, dove il giorno si perde / a cercarsi da solo nascosto tra il verde, / e mi parlò come quando si prega, / ed alla fine d'ogni preghiera / contava una vertebra della mia schiena.".

È Fabrizio De Andrè che, in quel capolavoro de "La buona novella" (1970), restituisce con grazia, delicatezza e appropriata ambiguità, quell'incontro fatale, sospeso tra amore, preghiera, sensualità, tra una giovanissima Maria e il suo angelo (Angelo?), quell'angelo che in ebraico è "malac", ossia letteralmente: "messo", "messaggero", e non necessariamente quel soggetto con ali e aurea divina che tanta iconografia ci ha restituito (e, infatti, in nessun vangelo vi sono evidenti fattezze divine di questo personaggio). Chi è dunque quest'uomo?
Nell'opera apocrifa di Tommaso (secondo alcuni il V vangelo, il più importante tra quelli non accolti nel canone neotestamentario) troviamo, ad esempio, che Maria, figlia di Gioacchino, fu violentata nel tempio da un centurione romano di nome Caesar nel suo quattordicesimo compleanno, mentre era fidanzata con un falegname (Giuseppe).

Ma, sia come sia, per fulmine d'amore, come vorrebbe De Andrè (che per altro ha tratto la sua "La buona novella" proprio dalle letture dei diversi vangeli apocrifi), o per violenza inaudita, come racconta Tommaso; sta di fatto che Maria rimane incinta. E qui inizia, per me, la storia del natale che più mi piace.

Una storia il cui senso profondo, come tutti i racconti, prescinde dalla sua verità, per sostanziarsi, invece, in una metafora, un messaggio -in questo caso- sull'amore. Un amore che supera tutte le insidie e, a discapito d'ogni apparente insuperabile ostacolo, si conclude con la nascita di un bimbo: quel terzo che non sono «io» e non sei «tu» ma che, al contempo, in virtù del nostro amore, ci racchiude, ci unisce, ci supera...

Trova compimento, insomma, con il Natale, quell'amore che è dono della persona alla persona (qualsiasi sia il genere e le modalità di abbinamento che le unisce) e che, attraverso un patto d'amore in cui i due si danno e si ricevono, si fa altro da loro, immagine terza che li incarna, persino a prescindere dal fatto che questa incarnazione si concreti in un figlio -come suggerisce un altro angelo (questo protagonista del capolavoro di Win Wenders “Il cielo sopra Berlino”) dopo che ha incontrato la donna per cui ha deciso di diventare umano: “Nessun bimbo mortale è stato concepito,” dice, “ma un’immagine immortale, comune.”.

È dunque questa la storia del Natale che raramente viene raccontata. La storia di una ragazza, una come tante: fidanzata, destinata ad essere moglie e, forse, un giorno, ad essere madre. Una ragazza che, per dolo o per amore, rimane incinta, ma non è il promesso sposo il padre del bambino. Tragedia, dunque, è tanto più in quel tempo remoto.

Il mondo, il suo mondo, di fronte al tal misfatto, le si potrebbe rivoltare contro; il suo destino... divenire fatale. L'onore macchiato, la reputazione, il biasimo della comunità, le accuse, i pregiudizi della gente... persino la legge. Il promesso sposo, infatti, dal punto di vista giuridico, potrebbe denunciarla, la giovane donna sarebbe così accusata di adulterio e, secondo gli usi del tempo, lapidata.
 Amore in Mediado
Eppure... Eppure, tutto questo non accade. Succede, invece, che, Giuseppe, si fida di Maria, della sua parola, del suo e del loro amore. Apre le braccia alla sua amata e si fa carico di una responsabilità non sua, contro il luogo comune, contro il giudizio della gente, contro le avversità che vorrebbero quell'amore naufragare all'istante, fors'anche contro un certo istinto naturale che lo vorrebbe reagire a difesa del torto subito.

Bene lo sa chi incontra ogni giorno tante coppie sul punto di naufragare, quanto sia difficile aiutare questi amori in crisi o in caduta libera, magari anche a fronte di un tradimento, a superare l'istinto animale che ci possiede e ci fa reagire con rancore, rabbia, a volte violenza, per giungere, invece, ad essere un po' più umani ("umani più umani", mi piace dire) mettendo da parte la spinta intestina che fa divampare il conflitto distruttivo, per accedere all'utopia di un sano e costruttivo conflitto cooperativo.

Accettare la soggettività dell'Altro, il suo essere altro da noi, "cosa non nostra", soggetto a se stante, con visioni e desideri che ci prescindono. Questo ha capito Giuseppe: che Maria è il suo amore, non cosa sua. Per questo è disposto a difenderla, a sposarla, anche se quella storia è talmente farlocca che solo per amore vi si può credere. Oppure, no. Forse Maria gli racconta il vero: la storia di un uomo, Angelo, un angelo, che ha amato e da cui è stata amata, per un giorno d'estate, un'istante di pura passione in cui i sensi e la carne hanno ceduto ad ogni precedente promessa.

Questa è la versione che, personalmente, preferisco. Non la violenza descritta da Tommaso, ma la giovane Maria rimasta incantata da un incontro fatale, un colpo di fulmine che rapisce il cuore, il corpo, la mente. Ma poi... dopo la luce del fulmine, i sensi lasciano il campo al dirompente tuono che, col suo rombare, conduce nuovamente alla ragione... E quante volte è accaduto, e quante volte accadrà... 

L'amore creduto si trasforma, allora, in errore, Maria capisce che quell'uomo non è il suo uomo (e viene in mente un'altra canzone, forse menò aulica ma non meno pertinente: "[...] Se ho sbagliato un giorno capisco che / l'ho pagata cara la verità / io ti chiedo scusa, e sai perché / sta di casa qui la felicità" cantava Caterina Caselli nel 1966). Così, Maria torna da Giuseppe e gli racconta tutto. E Giuseppe l'accoglie e diventa padre, padre di un figlio non suo che amerà, cui darà discendenza, a cui insegnerà la vita e il mestiere.

Quanto coraggio in questa donna e in questo uomo che scelgono la strada della reciproca fiducia e si donano all'Altro con tutta la loro fragilità affinché venga accolta e curata. 

Letta da questa angolazione mi sembra tanto più convincente per i valori cristiani, e non perché lei si pente e lui la perdona, né perché si riuniscono anziché separarsi, bensì perché entrambi si per-donano, si donano all'Altro privilegiando l'amore -azione che non necessariemnete contempla il restare insieme, come invece avviene in questo caso.

E come non pensare, alle centinaia di uomini, mariti, compagni, amanti, fidanzati, che, ogni anno, per lo stesso amore, uccidono o ai tanti altri che, senza arrivare ad uccidere, sono tanto lontani da questa idea dell'amore senza possesso, un amore che libera, anziché imprigionare, e libera fino all’estrema conseguenza di accettare che l'Altro si liberi di noi, poiché la sua storia (sua e solo sua) ora volge altrove.

A questi amori difficili che faticano a scegliere la libertà che libera e che troviamo un po’ ovunque, non solo nelle relazioni di coppia, ma tra amici, fratelli, genitori e figli, a loro per me è dedicato questo giorno speciale.

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"Nel Grembo umido, scuro del tempio, / l'ombra era fredda, gonfia d'incenso. / L'angelo scese, come ogni sera, / ad insegnarmi una nuova preghiera: / poi, d'improvviso, mi sciolse le mani / e le mie braccia divennero ali, / quando mi chiese: "Conosci l'estate" / io, per un giorno, per un momento, / corsi a vedere il colore del vento. / Volammo davvero sopra le case, / oltre i cancelli, gli orti, le strade, / poi scivolammo tra valli fiorite / dove all'ulivo si abbraccia la vite. / Scendemmo là, dove il giorno si perde / a cercarsi da solo nascosto tra il verde, / e mi parlò come quando si prega, / ed alla fine d'ogni preghiera / contava una vertebra della mia schiena.".

È Fabrizio De Andrè che, in quel capolavoro de "La buona novella" (1970), restituisce con grazia, delicatezza e appropriata ambiguità, quell'incontro fatale, sospeso tra amore, preghiera, sensualità, tra una giovanissima Maria e il suo angelo (Angelo?), quell'angelo che in ebraico è "malac", ossia letteralmente: "messo", "messaggero", e non necessariamente quel soggetto con ali e aurea divina che tanta iconografia ci ha restituito (e, infatti, in nessun vangelo vi sono evidenti fattezze divine di questo personaggio). Chi è dunque quest'uomo?
Nell'opera apocrifa di Tommaso (secondo alcuni il V vangelo, il più importante tra quelli non accolti nel canone neotestamentario) troviamo, ad esempio, che Maria, figlia di Gioacchino, fu violentata nel tempio da un centurione romano di nome Caesar nel suo quattordicesimo compleanno, mentre era fidanzata con un falegname (Giuseppe).

Ma, sia come sia, per fulmine d'amore, come vorrebbe De Andrè (che per altro ha tratto la sua "La buona novella" proprio dalle letture dei diversi vangeli apocrifi), o per violenza inaudita, come racconta Tommaso; sta di fatto che Maria rimane incinta. E qui inizia, per me, la storia del natale che più mi piace.

Una storia il cui senso profondo, come tutti i racconti, prescinde dalla sua verità, per sostanziarsi, invece, in una metafora, un messaggio -in questo caso- sull'amore. Un amore che supera tutte le insidie e, a discapito d'ogni apparente insuperabile ostacolo, si conclude con la nascita di un bimbo: quel terzo che non sono «io» e non sei «tu» ma che, al contempo, in virtù del nostro amore, ci racchiude, ci unisce, ci supera...

Trova compimento, insomma, con il Natale, quell'amore che è dono della persona alla persona (qualsiasi sia il genere e le modalità di abbinamento che le unisce) e che, attraverso un patto d'amore in cui i due si danno e si ricevono, si fa altro da loro, immagine terza che li incarna, persino a prescindere dal fatto che questa incarnazione si concreti in un figlio -come suggerisce un altro angelo (questo protagonista del capolavoro di Win Wenders “Il cielo sopra Berlino”) dopo che ha incontrato la donna per cui ha deciso di diventare umano: “Nessun bimbo mortale è stato concepito,” dice, “ma un’immagine immortale, comune.”.

È dunque questa la storia del Natale che raramente viene raccontata. La storia di una ragazza, una come tante: fidanzata, destinata ad essere moglie e, forse, un giorno, ad essere madre. Una ragazza che, per dolo o per amore, rimane incinta, ma non è il promesso sposo il padre del bambino. Tragedia, dunque, è tanto più in quel tempo remoto.

Il mondo, il suo mondo, di fronte al tal misfatto, le si potrebbe rivoltare contro; il suo destino... divenire fatale. L'onore macchiato, la reputazione, il biasimo della comunità, le accuse, i pregiudizi della gente... persino la legge. Il promesso sposo, infatti, dal punto di vista giuridico, potrebbe denunciarla, la giovane donna sarebbe così accusata di adulterio e, secondo gli usi del tempo, lapidata.
 Amore in Mediado
Eppure... Eppure, tutto questo non accade. Succede, invece, che, Giuseppe, si fida di Maria, della sua parola, del suo e del loro amore. Apre le braccia alla sua amata e si fa carico di una responsabilità non sua, contro il luogo comune, contro il giudizio della gente, contro le avversità che vorrebbero quell'amore naufragare all'istante, fors'anche contro un certo istinto naturale che lo vorrebbe reagire a difesa del torto subito.

Bene lo sa chi incontra ogni giorno tante coppie sul punto di naufragare, quanto sia difficile aiutare questi amori in crisi o in caduta libera, magari anche a fronte di un tradimento, a superare l'istinto animale che ci possiede e ci fa reagire con rancore, rabbia, a volte violenza, per giungere, invece, ad essere un po' più umani ("umani più umani", mi piace dire) mettendo da parte la spinta intestina che fa divampare il conflitto distruttivo, per accedere all'utopia di un sano e costruttivo conflitto cooperativo.

Accettare la soggettività dell'Altro, il suo essere altro da noi, "cosa non nostra", soggetto a se stante, con visioni e desideri che ci prescindono. Questo ha capito Giuseppe: che Maria è il suo amore, non cosa sua. Per questo è disposto a difenderla, a sposarla, anche se quella storia è talmente farlocca che solo per amore vi si può credere. Oppure, no. Forse Maria gli racconta il vero: la storia di un uomo, Angelo, un angelo, che ha amato e da cui è stata amata, per un giorno d'estate, un'istante di pura passione in cui i sensi e la carne hanno ceduto ad ogni precedente promessa.

Questa è la versione che, personalmente, preferisco. Non la violenza descritta da Tommaso, ma la giovane Maria rimasta incantata da un incontro fatale, un colpo di fulmine che rapisce il cuore, il corpo, la mente. Ma poi... dopo la luce del fulmine, i sensi lasciano il campo al dirompente tuono che, col suo rombare, conduce nuovamente alla ragione... E quante volte è accaduto, e quante volte accadrà... 

L'amore creduto si trasforma, allora, in errore, Maria capisce che quell'uomo non è il suo uomo (e viene in mente un'altra canzone, forse menò aulica ma non meno pertinente: "[...] Se ho sbagliato un giorno capisco che / l'ho pagata cara la verità / io ti chiedo scusa, e sai perché / sta di casa qui la felicità" cantava Caterina Caselli nel 1966). Così, Maria torna da Giuseppe e gli racconta tutto. E Giuseppe l'accoglie e diventa padre, padre di un figlio non suo che amerà, cui darà discendenza, a cui insegnerà la vita e il mestiere.

Quanto coraggio in questa donna e in questo uomo che scelgono la strada della reciproca fiducia e si donano all'Altro con tutta la loro fragilità affinché venga accolta e curata. 

Letta da questa angolazione mi sembra tanto più convincente per i valori cristiani, e non perché lei si pente e lui la perdona, né perché si riuniscono anziché separarsi, bensì perché entrambi si per-donano, si donano all'Altro privilegiando l'amore -azione che non necessariemnete contempla il restare insieme, come invece avviene in questo caso.

E come non pensare, alle centinaia di uomini, mariti, compagni, amanti, fidanzati, che, ogni anno, per lo stesso amore, uccidono o ai tanti altri che, senza arrivare ad uccidere, sono tanto lontani da questa idea dell'amore senza possesso, un amore che libera, anziché imprigionare, e libera fino all’estrema conseguenza di accettare che l'Altro si liberi di noi, poiché la sua storia (sua e solo sua) ora volge altrove.

A questi amori difficili che faticano a scegliere la libertà che libera e che troviamo un po’ ovunque, non solo nelle relazioni di coppia, ma tra amici, fratelli, genitori e figli, a loro per me è dedicato questo giorno speciale.

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Insieme a te non ci sto più

Ci sono materiali delle cosiddetta cultura popolare (mai capirò perché l'aggiunta di questo aggettivo qualificativo richiami -ai più- una sorta di sottrazione al concetto falsamente più alto di "cultura"), che  a volte valgono quanto una seduta da un buon terapeuta o la lettura di un buon saggio.

È il caso della bella canzone dal cui testo prende il titolo questo post e il mio blog stesso, scritta da Paolo Conte e Vito Pallavicini e portata al successo da Caterina Caselli nel 1968.


AMORE IN MEDIATO"Insieme a te non ci sto più / guardo le nuvole lassù... / Cercavo in te: la tenerezza che non ho, / la comprensione che non so / trovare in questo mondo stupido. / Quella persona non sei più, / quella persona non sei tu. / Finisce qua... /  Chi se ne va che male fa.  /  Io trascino negli occhi / dei torrenti d'acqua chiara / dove io berrò... / Io cerco boschi per me e vallate col sole più caldo di te. / Insieme a te non ci sto più / guardo le nuvole lassù... / E quando andrò, / devi sorridermi se puoi / non sarà facile ma sai / si muore un po' per poter vivere. / Arrivederci amore ciao, / le nubi sono già più in la. / Finisce qua, / chi se ne va che male fa... "

Una canzone delicata e poetica dove si respira tutto il dolore e la delusione della separazione ("Cercavo in te: la tenerezza che non ho, / la comprensione che non so / trovare in questo mondo stupido"), il senso di sconfitta ("Quella persona non sei più, / quella persona non sei tu"), ma anche, e ugualmente, la speranza di felicità e quello sguardo al futuro che -appunto- dovrebbe caratterizzare ogni sano e civile percorso dell'amore alla fine dell'amore ("Io trascino negli occhi / dei torrenti d'acqua chiara / dove io berrò... / Io cerco boschi per me e vallate col sole più caldo di te"). 

E, se non bastasse, così come dovrebbe concludersi ogni storia d'amore, ecco che l'uomo o la donna (straordinaria abilità dell'autore nel lasciare neutro il protagonista) di questa piccola e quotidiana avventura del cuore alla fine del suo palpitare, lasciano la scena con un suggerimento che tutti gli uomini e le donne che si trovano a gestire questi dolorosi momenti della vita, dovrebbero mandare a memoria come un mantra di consapevolezza: "E quando andrò, / devi sorridermi se puoi / non sarà facile ma sai / si muore un po' per poter vivere.". E' alla forza di questi materiali che raccontano tanto di più dell'animo umano quando si incaglia nei fondali dell'amore alla fine dell'amore, che spesso riusciamo ad aggrapparci per capire chi siamo o casa accade nel nostro profondo. 

Per questo motivo, nei miei corsi mi piace condividere questi sorprendenti strumenti evocativi, così come, in appendice al mio libro del 2012  ("L'Amore alla Fine dell'Amore", come nel recentissimo "Amore in Mediato" (2016), ho raccolto una copiosa serie di film, canzoni, testi di narrativa e poesia, opere d'arte a mio avviso fondamentali per nutrire l'animo di ogni amore chiamato a gestire ogni sua faticosa fine e ogni suo esaltante inizio. 
Ci sono materiali delle cosiddetta cultura popolare (mai capirò perché l'aggiunta di questo aggettivo qualificativo richiami -ai più- una sorta di sottrazione al concetto falsamente più alto di "cultura"), che  a volte valgono quanto una seduta da un buon terapeuta o la lettura di un buon saggio.

È il caso della bella canzone dal cui testo prende il titolo questo post e il mio blog stesso, scritta da Paolo Conte e Vito Pallavicini e portata al successo da Caterina Caselli nel 1968.


AMORE IN MEDIATO"Insieme a te non ci sto più / guardo le nuvole lassù... / Cercavo in te: la tenerezza che non ho, / la comprensione che non so / trovare in questo mondo stupido. / Quella persona non sei più, / quella persona non sei tu. / Finisce qua... /  Chi se ne va che male fa.  /  Io trascino negli occhi / dei torrenti d'acqua chiara / dove io berrò... / Io cerco boschi per me e vallate col sole più caldo di te. / Insieme a te non ci sto più / guardo le nuvole lassù... / E quando andrò, / devi sorridermi se puoi / non sarà facile ma sai / si muore un po' per poter vivere. / Arrivederci amore ciao, / le nubi sono già più in la. / Finisce qua, / chi se ne va che male fa... "

Una canzone delicata e poetica dove si respira tutto il dolore e la delusione della separazione ("Cercavo in te: la tenerezza che non ho, / la comprensione che non so / trovare in questo mondo stupido"), il senso di sconfitta ("Quella persona non sei più, / quella persona non sei tu"), ma anche, e ugualmente, la speranza di felicità e quello sguardo al futuro che -appunto- dovrebbe caratterizzare ogni sano e civile percorso dell'amore alla fine dell'amore ("Io trascino negli occhi / dei torrenti d'acqua chiara / dove io berrò... / Io cerco boschi per me e vallate col sole più caldo di te"). 

E, se non bastasse, così come dovrebbe concludersi ogni storia d'amore, ecco che l'uomo o la donna (straordinaria abilità dell'autore nel lasciare neutro il protagonista) di questa piccola e quotidiana avventura del cuore alla fine del suo palpitare, lasciano la scena con un suggerimento che tutti gli uomini e le donne che si trovano a gestire questi dolorosi momenti della vita, dovrebbero mandare a memoria come un mantra di consapevolezza: "E quando andrò, / devi sorridermi se puoi / non sarà facile ma sai / si muore un po' per poter vivere.". E' alla forza di questi materiali che raccontano tanto di più dell'animo umano quando si incaglia nei fondali dell'amore alla fine dell'amore, che spesso riusciamo ad aggrapparci per capire chi siamo o casa accade nel nostro profondo. 

Per questo motivo, nei miei corsi mi piace condividere questi sorprendenti strumenti evocativi, così come, in appendice al mio libro del 2012  ("L'Amore alla Fine dell'Amore", come nel recentissimo "Amore in Mediato" (2016), ho raccolto una copiosa serie di film, canzoni, testi di narrativa e poesia, opere d'arte a mio avviso fondamentali per nutrire l'animo di ogni amore chiamato a gestire ogni sua faticosa fine e ogni suo esaltante inizio. 
 
amoreCiao Copyright © 2012 by Massimo Silvano Galli